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In questo volume si presentano quattro saggi assai diversi tra loro, ma collegati tenacemente da un elemento portante costituito dalla fonte scritta medievale intorno all’importanza della via francigena per la totalità della viabilità dell’epoca. Il saggio su La via Francigena in Toscana costituisce il completamento di quelli già apparsi negli Atti citati e relativi l’uno al passaggio della Francigena attraverso l’Appennino Tosco-emiliano e l’altro al suo percorso nell’alto Lazio. Si ribadisce come la via Francigena rappresenti sì un’innovazione, ma formatasi attraverso il raccordo di diversi spezzoni di strade romane, riusate in una mutata gerarchia e in un contesto storico diverso, che nel suo evolversi implicherà ulteriori varianti nel corso dei secoli, soprattutto nel basso medioevo.Il saggio di Riccardo Chellini affronta i problemi della viabilità a sud-est di Firenze, sottolineando in particolare il rapporto di continuità del percorso medievale con la via Cassia di epoca romana imperiale, anche se con un progressivo declassamento, che la riduce ad un collegamento locale con Arezzo, mentre ne viene abbandonato il proseguimento in direzione di Chiusi per l’impaludarsi della Val di Chiana (almeno agli inizi del XIV secolo), il che porta a privilegiare un andamento pedemontano di tradizione etrusca. Il saggio di Luigi Conti fornisce una preziosa raccolta di inediti e rari documenti d’archivio, che costituiranno una fonte essenziale per una ricostruzione capillare del sistema viario irradiante da Firenze, impiantato e mantenuto tra XIII e XIV secolo dalla Repubblica Fiorentina, anche mediante una dispendiosa operazione di costruzione di ponti.
Un libro della memoria, un tema ricorrente nella storia del popolo ebraico, costellata da continue diaspore, che hanno alimentato il mito dell'ebreo errante. Anche la storia della comunità ebraica di Palermo si conclude con una diaspora; una storia millenaria le cui origini si perdono nella notte dei tempi e la cui fine, per una fatalità storica (allora la Sicilia apparteneva alla corona spagnola), fu la stessa degli ebrei spagnoli, segnata dall'editto di espulsione dei re cattolici, promulgato a Granada il 31 marzo 1492. Questo saggio si propone di far conoscere questa antica comunità ebraica, la cui storia non è molto dissimile da quella delle altre comunità ebraiche siciliane, anche se presenta delle peculiarità che la distinguono, trovandosi a vivere in una grande città come Palermo, centro del potere politico e religioso. Il racconto si snoda lungo sette capitoli, di cui alcuni più corposi degli altri, perché sostenuti da una maggiore quantità di documenti, molti dei quali costituiscono il Codice diplomatico dei Giudei di Sicilia dei fratelli Lagumina, un'opera indispensabile per la conoscenza dell'ebraismo siciliano. Da questo racconto si potranno cogliere gli aspetti sociali, culturali ed economici di una comunità multietnica che sopravvive nell'arco di molti secoli, adeguandosi alla tolleranza del governante di turno. Oggi della comunità ebraica di Palermo, a parte i documenti cartacei e qualche lapide tombale, non rimane più nulla e questo libro ne vuole rinnovare la memoria.
Spesso considerati “i più barbari fra i barbari”, i Longobardi vantano in realtà una delle civiltà più ricche e complesse dell'Età delle Migrazioni, capace di tramandare raffinati tesori culturali ed artistici, così come straordinarie tecniche artigianali.
Questo saggio vuole porre l'attenzione su di un aspetto cardine della cultura longobarda, l'abbigliamento maschile, fondamentale espressione di status nelle società germaniche. L'obiettivo principale è presentare una sintesi organica e fruibile dei dati storici, offrendo al lettore uno strumento bibliografico aggiornato ed una serie di interpretazioni ricostruttive utili ad un approccio critico alla tematica, agevolando così il “lavoro” del re-enactor più scrupoloso.
Materiali tessili, colori ed indumenti vengono descritti utilizzando fonti documentarie, archeologiche ed iconografiche provenienti dall'Italia longobarda, confrontandole con le evidenze dell'Europa germanica e con il vicino mondo mediterraneo.
Come corollario, vengono rivisitate le teorie finora note sulla cintura di sospensione della spatha, fondamentale elemento del corredo dell'armato.



Often considered to be “the most barbaric among barbarian populations”, the Lombards actually boast one of the most prosperous and complex civilizations of the Migration Period, able to bequeath refined cultural and artistic treasures, as well as enchanting crafts.
This paper aims at focusing on menswear, a cornerstone of the Lombard culture which used to be an essential expression of status for the German societies. The main goal is to offer a consistent and useful summary of the historical data, providing the reader with an up-to-date bibliographic support and a series of reconstructive interpretations, both encouraging a critical approach to the subject and helping the work of mostly any meticulous re-enactor.
Textile materials, colors and clothing are described using documentary, archaeological and iconographic sources from the Lombard kingdom in Italy, comparing them with the evidence pertaining to Germanic Europe and the neighboring Mediterranean world.
In addition, the author revisits the currently known theories on the spatha suspension belt, a basic element of the armed man equipment.

L'autore
Laureato in Archeologia Medievale presso l'Università di Siena, si è specializzato in Archeologia del Paesaggio e in Archeologia dell'Alto Medioevo Italiano. Ha preso parte a numerosi progetti di ricerca universitari, e ha collaborato con la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana per indagini di scavo e ricognizione territoriale. Da sempre interessato alla cultura materiale di età longobarda, si occupa di archeologia sperimentale e di ricostruzione storica.
E' membro fondatore di ARES-Archeologia, Reenactment e Storia, responsabile del progetto Presenze Longobarde e referente dell'Area di Archeologia Sperimentale di Massello (TO).
Il volume, che ha tratto origine da un progetto di ricerca sui siti fortificati della Toscana avviato nel 1993 per iniziativa dell’Insegnamento di Archeologia medievale dell’Università di Siena, si inserisce nel dibattito relativo alle peculiarità regionali e ai tratti unificanti dell’evoluzione del popolamento rurale durante il Medioevo e al ruolo svolto dal castello nella definizione dei paesaggi. La pubblicazione si compone di due parti, distinte ma strettamente connesse: un saggio sull’evoluzione insediativa medievale nella Toscana meridionale e un repertorio geo-referenziato dei castelli e di altri elementi dell’insediamento rurale che sembrano avere un considerevole potenziale archeologico, quest’ultimo articolato in schede edite in formato digitale. Fra i vari aspetti affrontati nel testo da sottolineare, come più significativi, quelli che rappresentano due tappe fondamentali nella formazione dei paesaggi medievali e cioè i lunghi processi formativi del castello (strutture di villaggio che si trasformano o, più raramente, nascono nel contesto dell’incastellamento signorile avviato nel X secolo, evolvendosi come centro del potere signorile), e la profonda ridefinizione dei quadri insediativi e socio-economici che si determinano dopo la metà del XII secolo nel contesto di un ‘secondo incastellamento’ che conduce a clamorosi fenomeni di accentramento del popolamento rurale attorno ai centri castrensi di maggior successo (e – successivamente – alle ‘terre nuove’ comunali).
Lo spirito di Crociata nella Cristianità non
termina con la caduta di San Giovanni d’Acri (1291), come usualmente viene
insegnato nei libri di testo. La progressiva perdita d’Outremer aveva fatto
sorgere, in vari ambienti, il dubbio sulla legittimità della Crociata in sé.
Partendo dall’analisi di questi primi trattati susseguenti al fallimento di san
Luigi IX (1270) e al II Concilio di Lione (1274), l’autore presenta il grande
dibattito “De Recuperatione Terrae Sanctae”, cui parteciparono santi, sovrani,
guerrieri, dotti, privati intellettuali, e che durò nel suo insieme più di un
secolo. Dopo il pensiero, si analizza l’azione: i vari tentativi di spedizione
crociata avvenuti nel XIV secolo, che, sebbene quasi tutti fallimentari o
almeno vani nei risultati, non hanno mai avuto finora la giusta e piena attenzione
storiografica che meriterebbero.
Quindi, nella seconda parte del
lavoro, viene esaminato il problema del progressivo arrivo della minaccia
turca, che sposta il fine stesso della Crociata dall’azione di attacco (presa
della Terra Santa) a quella di impellente difesa (salvezza dell’Europa
cristiana), fino a quello snodo fondamentale che furono gli anni della morte di
Papa Pio II (1464) e dell’eroe per antonomasia del XV secolo, Scanderbeg
(1468). Ognuna delle tante tematiche trattate, sia principali che secondarie e
relative, è arricchita da una vasta informazione bibliografica e da cenni
costanti sul dibattito storiografico.

Forte, bello, raffinato, elegantissimo; desiderato dalle donne, invidiato dagli uomini, odiato da molti, ammirato da tutti. Condottiero geniale, reputato il migliore; coraggioso e temerario, sempre in testa ai suoi uomini; ferito innumerevoli volte, eppure mai domo. Signore della guerra, ma disastroso in diplomazia; assolutamente incapace di districarsi nella ingarbugliata situazione italica di metà Quattrocento. Passionale e impulsivo, mutevole nelle opinioni e nelle alleanze, tanto da venire spesso considerato inaffidabile e pericoloso. Presente su tutti i campi di battaglia per garantirsi la sopravvivenza della Signoria e le risorse necessarie a soddisfare le proprie smisurate ambizioni. Protagonista di infinite contese col nemico Federico da Montefeltro, nel tentativo (reciproco) di ampliare i rispettivi confini, troppo angusti per i loro grandi sogni. Reso feroce e crudele dalla durezza delle mille battaglie; e tuttavia dolce con la madre, tenero coi figlioletti, poetico con l’amata Isotta. Così attaccato alla sua Rimini, dove riposano le ossa degli antenati, da esser disposto a morire mille volte pur di non scambiarla con qualunque altra città. Qui e nei castelli del territorio permangono i segni forti e importanti della sua strategia militare. Estremamente colto e sensibile, ha avuto la capacità di cogliere prima d’altri i fermenti artistici che stavano sbocciando in Italia. Infatti il Tempio Malatestiano costituisce in assoluto la prima espressione di quella temperie fantastica e irripetibile che fu il Rinascimento; una testimonianza imperitura che il genio di Sigismondo ha lasciato alla città. Pur avendo concluso la propria vita in un triste declino materiale, la cultura, l’intelligenza e l’acume del precorritore gli hanno ottenuto quel che la diplomazia o le armi non gli avrebbero comunque saputo mai dare: l’immortalità.
Un capolavoro fondamentale della letteratura italiana Il capolavoro di Boccaccio prende l'avvio da un episodio storico di grande rilevanza e gravità: l'epidemia di peste che colpì l'Italia nel 1348. Cercando di evitare il contagio, sette fanciulle e tre ragazzi fiorentini decidono di rifugiarsi in campagna e qui restano per dieci giorni. Durante questa permanenza, il tempo scorre lento e noioso e i giovani stabiliscono di intrattenersi raccontando una novella ciascuno ogni sera. Da questa storia, che siamo soliti chiamare "cornice", nascono le cento novelle che compongono l'opera. I temi affrontati cambiano di giornata in giornata e variano dall'amore alle beffe, dall'avventura alla fortuna, ma ciò che resta fermo è lo sguardo disincantato e perfettamente laico che Boccaccio getta sulla vita. Come se volesse scardinare il sistema teocentrico che Dante ha da poco reso nella Commedia, Boccaccio ci presenta un mondo dominato dal caso e fatto di attimi, di circostanze imprevedibili, in cui chi resta in piedi non è l'uomo devoto e pio, ma quello dotato di arguzia e di ingegno. L'AUTORE: Giovanni Boccaccio Nasce a Certaldo nel 1313 e vive i suoi primi anni a Firenze. Nel 1327 si trasferisce con la famiglia a Napoli, dove inizia l'apprendistato presso la Compagnia dei Bardi. Dopo l'insuccesso in questo campo, che non destava l'interesse del futuro poeta, egli viene avviato dal padre agli studi canonici, ma abbandona presto anche questi. Boccaccio inizia allora la sua carriera letteraria, pubblicando opere sia in latino che in volgare. Torna a Firenze nel 1340 e inizia ad occuparsi di affari commerciali e di incarichi pubblici per la città. Salvo un breve periodo vissuto a Forlì, trascorre il resto della sua vita tra Firenze e Certaldo, dove muore nel 1375. Della sua ricca produzione letteraria, ricordiamo oltre al Decameron il poema in prosa Elegia di Madonna Fiammetta, il poema allegorico Amorosa visione e il Ninfale fiesolano. I testi della collana Grandi Classici sono a cura di Clio Stefanelli. Disegno di copertina a cura di Paolo Niutta.
Nel 1943, il diciottenne Pierre Berg, membro della Resistenza francese, scelse il momento meno opportuno per visitare la casa di un amico, perché lo fece anche la Gestapo. Venne scaraventato a Drancy, un campo di prigionia parigino, poi deportato ad Auschwitz, Dora e Ravensbrück.
Scritto poco dopo la guerra, quando i ricordi di Berg erano più vividi, Una fortuna sfacciata racconta l’odissea di un ragazzo non ebreo in alcuni dei più brutali campi di concentramento nazisti. Il libro accompagna il lettore attraverso i dodici mesi di Berg ad Auschwitz, dove la barbarie era la norma accettata, il suo scampare ai bombardamenti Alleati, la straziante ‘‘marcia della morte’’ da Auschwitz a Dora, un altro campo di lavoro forzato in cui Berg fu impiegato nella produzione dei razzi nazisti V1 e V2. Infine, la sua fuga rocambolesca nel bel mezzo di una battaglia campale tra le forze tedesche e l’Armata Rossa.
Assolutamente franco e venato di ironia, irriverenza e umorismo macabro, il contributo di Berg si colloca per importanza tra i lavori degli altri compagni sopravvissuti, Elie Wiesel e Primo Levi. Mentre si avvicina rapidamente il giorno in cui non ci saranno più testimoni oculari viventi della ‘‘Soluzione Finale’’ nazista, questo memoriale rappresenta un ricordo bruciante e unico di come l’Olocausto colpì tutti noi.
Inesorabilmente poco sentimentale, tinta di graffiante ironia, la storia di Pierre Berg non solo offre una nuova prospettiva su alcuni dei più noti campi di sterminio nazisti, ma si distingue come qualcosa di completamente nuovo nella letteratura dei superstiti dell’Olocausto.
La descrizione di vita nei lager, le esecuzioni, la gasificazione, le selezioni, la malattia, il secco, terribile pragmatismo della sopravvivenza, il modo in cui i detenuti finiscono per collaborare con il sistema, la fame che riduce gli orizzonti a una puntura di spillo, fino ad indurre al cannibalismo, la vita che vale meno di niente, i morti gettati nei fiumi, i loro corpi usati come esche per attirare pesci, ogni cosa in questa testimonianza è orribile oltre ogni immaginazione umana, eppure è autentica. Non importa quante testimonianze abbiamo letto, non c’è nessuna catarsi. Leggere questo libro è un’esperienza unica. Ci si sente persino irrispettosi e blasfemi nel dirlo, ma le pagine scorrono via come in un thriller. Berg è disarmante, onesto, acuto, spesso autoironico. Una fortuna sfacciata è anche un inno alla forza dello spirito umano e alla sua ferrea volontà di resistere nei momenti più bui.

Ho visto la testa di un uomo spaccata da una pala perché aveva la diarrea. Ho visto uomini impiccati per aver rubato un tozzo di pane con cui placare la fame, mentre i loro Kapò, assassini condannati, stupratori e ladri, scommettevano su chi di loro sarebbe soffocato prima. Ho guardato il Sonderkommando scaricare cataste di corpi, poi ho aiutato a consegnare sacchi di cemento pieni di ceneri di quelli che calcolai essere 1.200 esseri umani, che sarebbero servite per fertilizzare un campo di cavoli. Scampai a una selezione per le camere a gas di Birkenau, in quanto facevo un ottimo lavoro lavando le camicie del mio Blockälteste. Mi addormentai in un magazzino e fui accusato di aver tentato la fuga, e per questo condannato a morte, ma poiché all’uomo che mi aveva tatuato il braccio tremava la mano, i nazisti scambiarono un 9 per un 3 e così fu un altro al posto mio che venne impiccato. Trasportai il corpo di una Testimone di Geova fuori dal bordello del campo. Si era suicidata perché non poteva essere la puttana di nessuno. Vidi con i miei occhi due detenuti affamati mangiare il fegato direttamente dal cadavere di un loro compagno. Mi sedetti anch’io, stremato, sui cadaveri dei miei compagni per stare più comodo. Vidi morti gettati nei fiumi, i loro stomaci squarciati per fare da esca alle anguille. A stento, sopravvissi alla marcia della morte di Auschwitz e mi ritrovai poi a lavorare sui circuiti elettrici dei razzi V2 a Dora. Feci quel che potei per assicurarmi che non avrebbero mai funzionato. Mi innamorai di una ragazza in un campo a Parigi, Drancy, prima che fossimo spediti entrambi ad Auschwitz. Qui sognai lungamente di ricongiungermi con lei, ma dopo essere fuggito dai nazisti mi toccò recuperare il suo corpo martoriato dai topi e dai vermi in un villaggio tedesco.

Una storia straziante… Un contributo degno di essere avvicinato alle testimonianze di Primo Levi ed Elie Wiesel.
— Kirkus Reviews

Parte del potere [del libro] risiede nello stile narrativo che non nasconde nulla, offrendo il dramma in taglienti sfumature di umorismo macabro. L’effetto è agghiacciante. Questo libro è uno dei più importanti punti di riferimento della letteratura sull’Olocausto. Oltre al suo valore storico, è un’arma potente nella battaglia contro i negazionisti dell’Olocausto. Il fatto che sia stato scritto da un non ebreo e non da uno dei cinquecentomila ebrei sopravvissuti, lo rende unico.
— Livia Bitton-Jackson, sopravvissuta all’Olocausto e autrice di Ho vissuto mille anni.

Un viaggio incredibile attraverso l’inferno dei campi di sterminio nazisti di un giovane francese determinato ad uscirne vivo [...] I dettagli della schiavitù quotidiana di Pierre Berg e lo sforzo di sopravvivenza sono conturbanti.
— Richard Z. Chesnoff, editorialista del The New York Daily News; autore di Pack of Thieves – How Hitler & Europe Plundered The Jews.

L’incredibile testimonianza di Pierre Berg sui campi di concentramento nazisti pulsa di crudezza ed attenzione per i dettagli. È stata scritta subito dopo la guerra, quando i suoi ricordi si sono impressi con vividezza su ogni pagina. Con umorismo sagace, Berg narra una storia di fortuna, buona e cattiva, in un mondo impazzito. La sua avvincente storia di coraggio e la volontà di preservare la propria umanità nella più disumana delle condizioni è un importante contributo alla letteratura della Shoah e alla storia del XX secolo.
— Andrea Warren, autore di Surviving Hitler: A Boy in the Nazi Death Camps.

Pierre Berg merita un elogio per il suo avvincente racconto. Ha raggiunto un raro equilibrio di precisione e distacco, consentendo ai lettori di penetrare nei suoi ricordi senza bisogno di abbellimenti letterari estranei. Un contributo importante alla crescente libreria delle testimonianze sull’Olocausto.
— Joshua M. Greene, autore di Witness: Voices from the Holocaust.

Affascinante, devastante, ossessionante, Una fortuna sfacciata è coinvolgente come Schindler’s List. La storia di Berg è un monumento allo spirito umano che prevale al di là di ogni tentativo autoritario di schiacciarlo. Che Berg sia sopravvissuto per raccontare la storia è sorprendente e miracoloso quanto il libro stesso. È una lettura appassionante, un libro che non si riesce più a posare, un’esperienza indimenticabile. Dovrebbe diventare un testo obbligatorio in ogni classe di Storia del ventesimo secolo che osi affrontare l’Olocausto.
— Duff Brenna, autore de The Book of Mamie, AWP Award-winner Best Novel.

‘‘Nel mezzo del cammin di nostra vita…’’, nonostante Dante, io e voi non possiamo andare all’Inferno e ritornare a questa esistenza. Ma Pierre Berg, ancora adolescente, ha fatto proprio questo. La qualità cinematografica della sua narrazione ci proietta dentro l’abisso di Auschwitz, che inferno lo è stato veramente. Saremmo sopravvissuti? L’abilità di Berg gli fu utile, ma ci furono molti casi in cui ci andò vicino. Nel suo libro c’è suspense — davvero tanta — ironia, cinismo, lealtà e amore. I fatti lo dimostrano. Al di là delle fonti archivistiche naziste, questa è una storia vera, in cui non vengono risparmiati dettagli in nome del buon gusto e della delicatezza.
Steven F. Sage, autore di Ibsen and Hitler.

Il suo libro di memorie è uno dei pochi disponibili in inglese scritti da un detenuto di Auschwitz non ebreo, e rappresenta una cronaca ancora più rara delle esperienze presso l’impianto di Dora. La comprensione del funzionamento del mercato nero di Auschwitz e delle dinamiche relazionali dei Kapos verso i prigionieri politici e religiosi aiuta a far luce sull’effetto corruttivo della brutalità nazista sui prigionieri. Il viaggio personale di Berg — dallo sconvolgimento emotivo della cattura in una retata tedesca a Nizza fino alla progressiva morte delle sue emozioni, mentre cercava di sopravvivere tra i peggiori campi di concentramento — è una lettura avvincente… Altamente consigliato.
—Library Journal

Ad ogni pagina troverete voi stessi immersi nei ricordi di Pierre, come se egli stesse raccontando la storia solo a voi…
Probabilmente il miglior libro di memorie mai scritto da un non ebreo, una parte vitale della letteratura sull’Olocausto e un testo classico.
— The Manila Times

È la fusione di allegria ed orrore che distingue questo libro da tanti altri che ho incontrato sull’Olocausto. Mescolati alle condizioni di lavoro brutali, agli atti casuali di violenza, alle percosse, agli assurdi omicidi… ci sono momenti di meraviglia, persino di bellezza.
— Ralph Magazine

Lo straordinario libro di memorie di Pierre Berg non è solo un contributo prezioso a una storia che non dobbiamo mai dimenticare, ma si distingue anche per la verve, la vitalità e lo spirito ironico con cui l’autore racconta la sua storia. Stimolante come un racconto d’avventura, impreziosito da toccanti riflessioni, Una fortuna sfacciata è una lettura emozionante e indimenticabile.
— Jenna Blum, autrice di Those Who Save Us.

Questa è la storia, con tutti i pregi e i difetti, dell’incarcerazione di un prigioniero politico diciottenne come schiavo-operaio nell’abisso di Auschwitz… Il mio libro dell’anno.
— William Bemister, vincitore di un Emmy; corrispondente e produttore di The Hunter And The Hunted e The Search For Mengele.

Una fortuna sfacciata racconta come sia stata vissuta la sopravvivenza, un passo alla volta, un momento per volta, un respiro per volta… È un libro straordinario. E dice la verità. Non può esserci lode più alta…
— Philip Kingry, autore di The Monk And The Marines.

Berg offre ai suoi lettori la prospettiva affascinante di un adolescente saggio per la sua età, non-ebreo e non credente, che è stato testimone e vittima della Soluzione Finale. Anche se è praticamente impossibile dire che si goda nel leggere una memoria di Auschwitz, Berg mi ha portato fino alle lacrime, ma mi ha fatto anche ridere. Un lavoro importante che sarà letto per molto tempo.
— Michael Berenbaum, direttore del Sigi Ziering Institute ed ex direttore del progetto dell’United States Holocaust Memorial Museum.

Con dettagli sorprendenti degni di un thriller di fantascienza, Una fortuna sfacciata è crudo, stridente e straziante quanto il taglio di una frusta. L’estenuante lotta quotidiana di Berg per sopravvivere al successivo pestaggio, al successivo gelido appello, al successivo sadico nazista armato di pistola è più che reale. Berg non mira a porre o a dare risposte a grandi questioni filosofiche, ma offre la dura moneta dell’esperienza di una persona comune che ricorda mentre ancora è viva e cruda la memoria. Nel modo ‘rassicurante’ in cui Berg ha affrontato le necessità fisiche ed emotive sotto una pressione inimmaginabile — come ha elaborato la perdita, il dolore e la realtà contorta dei nazisti — si trova tutta la sua onestà.
— Elinor J. Brecher, reporter del Miami Herald e autrice di Schindler’s Legacy: True Stories of the List Survivors.

 

A parlare della "propria" Shoah sono oltre 700 testimoni romani che hanno fatto richiesta di supporto nell'ambito del progetto per la distribuzione del "Fondo Svizzero per vittime della Shoah in stato di bisogno". Proprio l'obiettivo 'altro' di queste testimonianze rispetto a interviste programmate per fini espliciti di ricostruzione storica costituisce motivo di fascino. Si dà voce non solo a chi non aveva mai raccontato, ma soprattutto a chi non ha storie particolarmente significative o eroiche e si limita a includere la sua personale esperienza nel destino generale "delle difficoltà e disagi avuti da tutti gli ebrei vissuti in quel periodo". Le voci narranti si inseriscono progressivamente nella storia della presenza degli ebrei a Roma, fino a diventare preminenti e a trasformarsi in un vero e proprio coro a più voci dai toni sempre più drammatici. Ne scaturisce l'immagine di un gruppo di famiglie uscite a stento dal ghetto prima e dalle persecuzioni fasciste e naziste poi, con effetti che perdurano fino ad oggi. Le vicende degli ebrei romani, per la loro antica e ininterrotta presenza sul territorio e per le problematiche con cui si sono dovuti confrontare, acquistano un valore paradigmatico, utile a capire non solo la storia della diaspora ebraica, ma anche generali dinamiche di convivenza tra gruppi di maggioranza e di minoranza. Questo libro, nato da un progetto di ricerca ideato da Raffaella Di Castro, vuole avere il valore di un risarcimento morale a chi ha offerto di affidare ad altri la propria storia.
«Niente cannibalismo e niente politica» era la frase che amava ripetere il federale Giuseppe Frediani, giunto alla guida della federazione fascista veronese nel maggio 1934. Un motto semplice, schiettamente fascista, che nella sostanza riassumeva i nuovi sistemi di gestione del partito voluti da Mussolini e da Achille Starace, tesi a eliminare ogni residuo di politica liberal-democratica che minacciava di riproporsi, nel sistema a partito unico, come «cannibalismo» e «lotta di fazione». La vicenda del Fascio scaligero, detto anche «Terzogenito» perché nato dopo quelli di Torino e di Genova, fu infatti caratterizzata dal «beghismo» e da lotte intestine al partito e prese corpo nelle piazze della città e della provincia veronese, uscite esangui dalla prima guerra mondiale per merito di uno sparuto gruppo di diciannovisti, fascisti della prima ora, che accolsero e imposero con la forza il verbo mussoliniano. Da lì gli eventi si dipanano passando attraverso la fascistizzazione della società e le dinamiche del consenso. Un consenso plasmato da una classe dirigente periferica rissosa, talvolta corrotta, spesso incapace e arrivista, che fece scempio delle fragili strutture dello Stato liberale. Paragrafo dopo paragrafo, il racconto fotografa i gravi episodi di conflittualità interna, frutto di una deleteria mescolanza tra le peggiori spinte personalistiche dei leader e le motivazioni politico-affaristiche legate al controllo del territorio. In effetti, il fascismo veronese, al pari di molti altri fascismi provinciali, non fu mai realmente pacificato, nonostante i numerosi sforzi compiuti in tal senso dalle gerarchie nazionali.
Se c’è un autore che ha dedicato allo studio delle organizzazioni criminali mafiose, tra Sicilia e America, libri che hanno rappresentato il punto di riferimento per gli storici, gli operatori di giustizia, il ceto politico, un più vasto mondo intellettuale e il grande pubblico, questi è senz’altro Salvatore Lupo. La sua Storia della mafia, pubblicata per la prima volta nel 1993, è rimasta per oltre vent’anni uno strumento insostituibile per larghi strati di lettori italiani e stranieri, grazie anche alle numerose traduzioni in tutto il mondo. Era giunto per l’autore il momento di compiere un nuovo sforzo di sintesi dell’intera materia, facendo tesoro degli studi passati, della documentazione e delle testimonianze nel frattempo venute alla luce. Partendo da questa consapevolezza, il libro ricostruisce centosessant’anni di storia della mafia. Parla della mafia siciliana e insieme della sua figlia legittima, la mafia americana. Ne coglie le interrelazioni, le reciproche interferenze. Pone i conflitti tra cosche, fazioni e gruppi affaristici in questa dimensione transcontinentale. La mafia ha rappresentato un fenomeno criminale caratterizzato da una costante essenziale: quella di definirsi e di essere percepita in stretta correlazione con gli strumenti, le ideologie, le culture delle sfere istituzionali e degli apparati repressivi che con alterne fortune l’hanno combattuta. In altri termini, la mafia non si può studiare, e non si può capire, se non in rapporto con l’antimafia. Questo legame consente di considerare i successi della mafia, o viceversa le sue sconfitte, come punti di osservazione utili per cogliere da un’ottica originale la grande storia. Ciò vale per l’America a proposito dell’emigrazione italiana, del proibizionismo, del New Deal. E vale altrettanto per l’Italia di fine Ottocento, del fascismo o del secondo dopoguerra, fino ad arrivare agli anni ottanta e novanta e alla complessa vicenda investigativa e giudiziaria che condusse agli assassinî dei giudici Falcone e Borsellino. Il maxiprocesso di Palermo segna una delle sconfitte più gravi subite dall’organizzazione criminale mafiosa. Da lì parte una nuova fase su cui Lupo getta per la prima volta lo sguardo: un’altra storia.
L'esperto giornalista e storico ottomano Michael Rank vi porta in questo emozionante nuovo libro una breve storia di 2000 anni di guerra, pace, rivolte religiose e collassi sociali in Medio Oriente.
Per la maggior parte degli occidentali, il Medio Oriente e il conflitto israeliano-palestinese sono del tutto sconcertanti. I palestinesi vogliono bombardare gli israeliani, che li costringono con la forza delle armi a vivere in alcune parti ristrette della nazione. I leader arabi sono furiosi per questa situazione e vogliono che Israele sia "spazzato via dalle mappe", e che la terra sia restituita ai palestinesi, anche se le case della Terra Santa sembrano un po' la campagna dello Utah. Quasi tutti i leader mondiali vogliono mettere bocca in questa disputa tra le due minuscole terre.
Per chiarire il conflitto del Medio Oriente moderno e i 2000 anni precedenti, questo libro è diviso in 25 brevi capitoli, ciascuno dei quali è dedicato ad un tema fondamentale della storia del Medio Oriente, come l'inizio dell'Islam, le crociate, Gengis Khan e la nascita di Israele nel 1948. Ognuno di essi può essere letto in pochi minuti, dandovi una rapida panoramica e aiutandovi a capire gli eventi che stanno accadendo in Medio Oriente.
Dopo averlo letto, avrete una conoscenza del Medio Oriente pari a quella di un corso universitario di un anno, e potrete mostrare le vostre competenze su questo argomento ai vostri amici e colleghi.
Se volete capire completamente questa parte del mondo in meno tempo possibile, allora "Da Maometto al Burj Khalifa" è il libro che fa per voi!
Parigi è conosciuta e amata soprattutto in "superficie". Generazione di turisti hanno percorso le rues e i boulevards, visitato i suoi musei, ammirato i suoi monumenti.

Certo per raggiungere i tanti punti d'interesse bisogna usare il metró e per chi non è pratico può essere pittoresco e anche un po' avventuroso.

Ma sotto alla città, sotto alle fogne e alle stesse linee della metropolitana si nasconde un'altra città.

Innumerevoli gallerie scorrono a 15-25 metri di profondità, qualche volta su due, tre livelli, per quasi 300 km sotto alla città intra-muros: le Catacombe di Parigi.

In origine erano antiche cave di pietra, da cui furono estratti i materiali per costruire innumerevoli monumenti ed edifici. Oggi questi sotterranei offrono l'inedita e inaspettata possibilità di scoprire una Parigi antica e dimenticata. Perché queste gallerie hanno saputo conservare tracce e testimonianze della storia passata e dei numerosi avvenimenti di cui Parigi è stata teatro nel corso della storia. Tracce che sono sparite dalla superficie.

Di questi misteriosi sotterranei se ne possono visitare, ufficialmente, una piccolissima parte sotto la rive gauche, circa 6 km, che ospitano parte di antichi cimiteri della città: 6 milioni di resti umani. Le restanti gallerie si propagano per centinaia di chilometri e sono ancora oggi percorse da alcuni avventurosi che sfidano il divieto e gli ostacoli per entrarvi, generalmente tombini che coprono i pozzi a pioli per scendervi, spesso murati o piombati.

Infatti, da sempre è vietato entrare e percorrere queste buie gallerie. Furono utilizzate per nascondersi, scappare o spostarsi nella città in modo discreto, in tutti i periodi "caldi" della storia di Parigi: fin dalla rivoluzione francese, durante la Comune di Parigi e in tutti i periodi agitati. Citati diverse volte nella letteratura dell'ottocento e anche recentemente da Umberto Eco ne "Il cimitero di Praga".

Questi sotterranei ebbero un'importanza strategica anche in tempi più recenti quando nel 1937 la Cagoule, fazione armata di estrema destra, tentò un poco noto colpo di stato fascista; durante la seconda guerra mondiale i tedeschi vi costruirono dei bunker anti-aerei mentre la resistenza parigina li utilizzò per il suo quartiere generale alla liberazione; durante la guerra fredda, all'insaputa dell'opinione pubblica, furono utilizzati dal governo per costruire rifugi anti-atomici sotto alcuni edifici pubblici.

Dagli anni '80 sono il rifugio di innumerevoli feste clandestine dove una stretta cerchia di studenti, ma non solo, beffeggiando le autorità, riescono a penetrare nei sotterranei malgrado i tombini di accesso vengano ciclicamente chiusi.

Il libro del 1979 cui questo si riferisce (senza esserne propriamente una riedizione) aveva sconcertato già con il titolo (il gioco-arrampicata?) i frequentatori dei monti della Masino che (come me) pensavano, quasi esclusivamente alle scalate sulle fiere vette della cresta di confine e consideravano le rocce di valle, per quanto imponenti e talvolta attraenti, solo come eventuale terreno di esercitazione. D’altra parte, gli stessi pionieri britannici dell’alpinismo non avevano forse frequentato le Alpi, anche le grandi montagne, come un terreno di gioco (the playground of Europe)? E anche in val di Mello il gioco di fondo valle non si era forse prolungato in difficili ascensioni sulle pareti della costiera di Arcanzo e di Cameraccio? (Già, i Britannici… proprio in quegli anni erano ricomparsi in val di Zocca, compiendo notevoli prime ascensioni con protezioni amovibili, i primi nut visti dalle nostre parti.) Molti anni dopo, dedicandomi ai libri di uno dei loro maestri, G. W. Young, maestro anche nell’arte di comunicare un’atmosfera, ho trovato un brano, in cui l’atmosfera comunicata mi è sembrata molto simile a quella che doveva essere stata l’atmosfera dell’arrampicata in val di Mello dei primi tempi: «Per noi le scalate erano preesistenti ma nascoste linee di possibilità inventate dalla natura e dal tempo su rupi erte e sconosciute. Per noi era una gioia e un privilegio scoprirle e seguirle, ciascuno nei limiti delle sue capacità naturali di sollevamento e di aderenza. Pensavo spesso che, proprio come Michelangelo vedeva le sue figure in essere dietro il velo della pietra e le scolpiva in tutto o in parte come statue, stava a noi scoprire le scalate velate nella roccia attraverso le età, e seguirle fino al loro completamento, dopo di che esse restavano in vista come entità. Poiché, ovviamente, era improbabile che la natura avesse inventato molti di questi concatenamenti accidentali di possibilità umane su ogni singola rupe, l’emozione di scoprire una “nuova via”, che aveva atteso lì per noi ignota attraverso gli evi, era intensa. Il parlarne dopo, interminabile ed entusiasta, non verteva tanto, come sarebbe oggigiorno, sui suoi astratti gradi di difficoltà, o sulla tecnica umana richiesta dai suoi ostacoli, quanto sulle caratteristiche o configurazioni naturali della particolare fessura o costola nella roccia. Discorrevamo, quindi, molto più della rupe o della montagna che stava dietro a tutto ciò, molto meno degli adattamenti fisici che PRESENTAZIONE – Giovanni Rossi richiedeva; di fatto, in termini moderni, molto più di passaggi, molto meno di chiodi» (Mountains with a Difference, cap. I - C’era una volta in Galles). Ora il lettore si troverà di fronte il quadro della situazione attuale in val di Mello e dintorni, un quadro in cui prevalgono le degenerazioni, quelle ambientali intraviste fin dall’inizio (specialmente da Monica) e quelle della tecnica di scalata (che già allora Ivan voleva esorcizzare). Starà al lettore giudicare se oggi le parole di Young abbiano solo il senso di un amaro ricordo o – come questo libro – contengano anche un invito al ritorno alle origini, nello spirito e nella tecnica, e quindi (nonostante tutto) un messaggio di conforto (non tutto è perduto).
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