Premio Città di Leonforte XXXVI edizione

AA VV

Se ne è fatto un gran parlare, lungo tutta la fase gestazionale del “nuovo” Premio, che via via ha perso quella parola – “letterario” – che per più di trent’anni ne ha caratterizzato l’identità. Paradossalmente, questa perdita non ha tolto la vocazione culturale di un Premio che nel corso del tempo è diventato prestigioso, tutt’altro. Letterario, questo aggettivo che in modo altisonante ha accompagnato il Premio Città di Leonforte nel suo percorso evolutivo, si è fatto da parte per arricchirne la portata culturale. Il processo metamorfico cui abbiamo assistito è stato un ritorno alle origini. Il Premio, se così possiamo affermare, è tornato a casa. Si è riappropriato dello spirito originario che lo ha concepito. Era il 1979 quando nacque la prima edizione. Da un’idea di Enzo Barbera, appena rientrato dalla sua vita torinese, che fu subito accolta con tutto l’entusiasmo che meritava. La voglia di dare lustro al fervore poetico e culturale, l’amore per la propria terra, il desiderio di creare percorsi lastricati di cultura furono condensati in un primigenio concorso di poesia e narrativa inedita. La sensibilità dell’amministrazione locale di allora, unita alle idee di Enzo Barbera hanno dato vita a un concorso che ci si auspicava fosse sempre capace di essere calzante con le correnti culturali caratterizzanti la società. Come dinanzi ad uno specchio, il Premio letterario Città di Leonforte doveva essere l’esatto riflesso di ogni fermento creativo tipico della trama socio culturale di un’epoca. Ecco perché l’aggettivo “letterario” abdica al ruolo di protagonista. Era inevitabile. La portata dei social network ha radicalmente cambiato il nostro modo di comunicare, di scrivere. I nuovi ritrovati tecnologici, quello di leggere. Siamo diventati sempre più interconnessi, sempre più “smart” e la velocità con cui comunichiamo impone la brevità, che nella micronarrativa diventa virtù. Costringe a pensare alla parola. Ponderarne il peso, calibrare il significato. La micronarrativa diventa lo strumento ideale per creativi e parolai, che si vogliono misurare con la precisione e la suggestività di pensieri brevi e impattanti. Parimenti, il Premio Città di Leonforte ha spalancato – finalmente – le braccia per accogliere un’arte assai antica e mai desueta. Non siamo solo l’ombelico geografico della Sicilia. Siamo gente genuina, con una visione pirandelliana della vita. Siamo il paesino da poco più di tredicimila anime con un cospicuo numero di compagnie teatrali. Siamo gli uomini che smettono gli abiti lisi da lavoro per indossare quelli puliti della domenica. Coloro che prendono a braccetto il proprio amore per andare a godersi la commedia. Siamo il paesino che ha dato al Teatro – e continua a dare – talenti da palcoscenico. Il teatro, da noi, è di casa.
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Additional Information

Publisher
AA VV
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Published on
May 27, 2018
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Pages
52
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ISBN
9788828329329
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Language
Italian
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Genres
Performing Arts / Storytelling
Performing Arts / Theater / General
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 La parola legione deriva dal latino lègere, raccogliere, si chiamò così originariamente tutta la forza che lo Stato romano, ai tempi di Romolo, poteva raccogliere sotto l’insegna. Non era una grande forza, un grande esercito. Le tre tribù originarie dovevano fornire ciascuna mille uomini di fanteria e cento cavalieri; e perciò tutto l’esercito, cioè tutta la legione, fu di 3000 fanti e di 300 cavalieri.

Servio Tullio, modificando la compagine militare e chiamando a parteciparvi tutti i cittadini, allargò molto l’esercito. La legione fu composta allora di 4200 fanti, così divisi: 1200 astati (o soldati di prima linea), 1200 principi (o soldati di seconda linea) e 800 triari (o soldati di terza linea). Vi erano inoltre 600 rorarii e 400 accensi. Questi ultimi erano soldati vestiti alla leggera, che poi furono chiamati vélites.

Pian piano anche il numero delle legioni aumentò. I veliti scomparvero e furono sostituiti da soldati specializzati che però non facevano parte della legione, ma costituivano corpi a parte: essi erano sagittarii (tiratori di saette), ferentarii, funditores, ecc.

La legione veniva poi divisa in dieci coorti, di tre manipoli ciascuna, e ogni manipolo in due centurie. Ogni legione ai tempi della repubblica era comandata da un tribuno, e più tardi da un legato, che aveva sotto di sé sei tribuni, un prefetto del campo, 95 centurioni e 59 optiones o sottotenenti. Aveva poi i suoi medici, veterinari, musicisti, aruspici, operai, contabili. Sotto Traiano le legioni erano trenta. Ognuna aveva un nome speciale e un numero.

Celebre è la Legione fulminante. Secondo una tradizione raccontata anche da scrittori pagani, durante una guerra i Romani comandati da Marco Aurelio stavano per aver la peggio, quando una legione composta tutta di cristiani a furia di preghiere ottenne che scoppiasse un gran temporale, nel quale l’esercito nemico fu messo in fuga a furia di fulmini. Marco Aurelio ordinò allora che la legione portasse il nome di legione fulminante e che si sospendesse ogni persecuzione contro i cristiani.

Altrettanto celebre è la Legione tebana. Aveva questo nome perché reclutata tutta in Tebaide e composta di tutti soldati cristiani; fu due volte decimata e poi massacrata per ordine dell’imperatore Massimiano Ercole, per aver negato di sacrificare agli Dei.


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