Il software tra normativa civilistica diritto d'autore e brevettabilità. Profili evolutivi della tutela

Giuseppe Lelio Adamo
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La nuova “Società dell’informazione” nasce e si sviluppa grazie allo scambio di dati, di informazioni, alla circolazione di scritti, di immagini e programmi per elaboratore. Ciò che contraddistingue l’attuale economia e società è proprio la caratteristica reticolare favorita dalla massiccia diffusione delle telecomunicazioni e, in particolar modo, di Internet.
L’espressione “Società dell’informazione” è stata coniata nel 1973 da Daniel Bell, ordinario di sociologia ad Harvard, attraverso la quale è stata evidenziata la fine della società post-industriale che, giunta all’apice del suo percorso evolutivo, tenta di riorganizzarsi in un nuovo modello che non si con- centri più sulla produzione di beni materiali, bensì su quella di servizi immateriali.
Il settimo Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, ha definito la società dell’informazione come quella società in grado di amplificare e valorizzare ogni potenzialità dell’essere umano grazie all’accesso alle tecnologie e all’educazione.
In questo contesto dunque, al fine di garantire un’efficiente allocazione delle tecnologie e il diritto al loro accesso ed utilizzo, compito della legge è quello di individuare le soluzioni più idonee per la tutela di ogni diritto che rischia di essere minacciato.
Questo risultato deve essere ottenuto cercando di bilanciare gli interessi della collettività, in particolare legati alle esigenze dell’istruzione, della ricerca scientifica, della libertà di circolazione delle idee e dell’interesse pubblico degli utenti, per i quali dunque si profila lo schema della gratuità e, gli interessi degli operatori economici fornitori dei servizi tecnologici.
Per questi ultimi, poiché l’innovazione tecnologica richiede un elevato livello di investimenti in termini finanziari, umani ed organizzativi, la soluzione adottata non può essere altro che la concessione di diritti di privativa (brevetti e diritto d’autore) seppur con delle eccezioni e limitazioni.
Nel vastissimo panorama della ricerca scientifica e della sua successiva applicazione industriale, che la legge puntualmente si sforza di disciplinare, la scelta di analizzare la tutela giuridica dei programmi per elaboratore e, in particolare delle sue modalità di distribuzione, nasce dalla considerazione che i software detengono un ruolo sempre più importante in una vasta gamma di industrie e di aspetti della vita quotidiana essendo quindi di fondamentale importanza per lo sviluppo economico e culturale della collettività.
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Additional Information

Publisher
Giuseppe Lelio Adamo
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Published on
Mar 29, 2016
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Pages
154
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ISBN
9788892585195
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Language
Italian
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Genres
Law / Civil Law
Law / Computer & Internet
Law / Property
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Giuseppe Lelio Adamo
Nel vasto panorama dell’illecito, talvolta accade che i confini tra responsabilità contrattuale e responsabilità extracontrattuale si facciano mobili e non ben definibili.
Divenendo duttili strumenti nelle mani degli interpreti ed oltrepassando la rigidità delle classificazioni, gli istituti – conformandosi di volta in volta alle peculiarità del caso concreto – subiscono nel tempo aggiustamenti funzionali ad una concreta risposta alle richieste di giustizia.
Proprio all’interno di questo complesso quadro – in cui inevitabilmente si scontrano e si confrontano il diritto e la realtà, nel tentativo che il primo si plasmi sulle esigenze in costante mutamento della seconda e non sia quest’ultima a cedere il passo al rigido formalismo giuridico – vengono a collocarsi le teorizzazioni (e successivamente le applicazioni pratiche) del “contatto sociale”.
Tale istituto raccoglie in sé una serie di ipotesi di danno che si pongono a metà strada fra il contratto e il “torto”, trovando posto in quella zona che possiamo definire “grigia”, che si interpone fra la responsabilità contrattuale e la responsabilità extracontrattuale.
La mobilità dei confini fra i due tipi di responsabilità viene oggi confermata dal fatto che, una molteplicità di ipotesi tradizionalmente ricondotte all’alveo della responsabilità ex art. 2043 cod.civ., sembrano essere attratte all’interno della responsabilità contrattuale, ai sensi di quanto disposto dall’art. 1218 cod.civ.
Il contatto sociale rappresenta, quindi, quello strumento duttile nelle mani degli interpreti di cui si diceva, mediante il quale si rende possibile tale trasmigrazione; offrendo al soggetto che chiede tutela, di beneficiare della più favorevole disciplina della responsabilità contrattuale, pur in mancanza di un accordo negoziale tra le parti, che possa assurgere a fonte dell’obbligazione.
L’espressione “contatto sociale” indica, dunque, un rapporto socialmente tipico, che ingenera nei soggetti coinvolti un obiettivo di affidamento, in virtù del fatto che si tratta di un rapporto “qualificato” dall’ordinamento giuridico, il quale vi ricollega una serie di doveri specifici di comportamento attivo.
Ferma l’assenza del contratto, la riconduzione di tali fattispecie all’illecito aquiliano, si appalesa in plurime circostanze insoddisfacente in termini di tutela e, comunque, non adeguato alle circostanze proprie del caso concreto, in considerazione del forte di affidamento nella professionalità dell’altro che caratterizza queste particolari ipotesi di responsabilità.
Tale “fiducia” porterebbe in dote il sorgere di un rapporto obbligatorio alla cui violazione non potrebbe che applicarsi la responsabilità contrattuale, meglio definita come “responsabilità da inadempimento di obbligazioni”, derivanti non solo da contratto ma da ogni fatto o atto idoneo ex art. 1173 cod.civ.
Giuseppe Lelio Adamo
La locuzione “diritto industriale”, contrariamente a quella di “diritto commerciale” ─ diritto sviluppatosi in Italia nell’epoca dei comuni nel XII secolo ─ non può essere analizzata sulla base di criteri storici. Infatti alle origini dello stesso non vi è la creazione di regole “nuove” ed integrate tra loro, volte a modificare le istituzioni economico-sociali.
L’etimologia di tale espressione ricorda la nota Rivoluzione Industriale, quel fenomeno sviluppatosi inizialmente in Inghilterra ed affermatosi nella seconda metà del XVIII secolo, in cui le conoscenze scientifiche e tecnologiche hanno acquisito una propria autonoma considerazione.
In questo contesto il conseguente sviluppo del moderno sistema capitalistico e la standardizzazione dei prodotti, sia a livello qualitativo che quantitativo, ha agevolato il processo di allocazione ottimale dei prodotti all’interno del mercato. Si può far risalire alla industrializzazione una spiccata sensibilità per le questioni relative alle creazioni intellettuali, scenario in cui il diritto dei segni distintivi muove i suoi primi passi.
Si aggiunga che nel corso dell’Ottocento si erano già poste le basi per lo sviluppo di nuove coordinate sulla protezione dei marchi, prima a livello nazionale, poi internazionale (si sviluppano in questo senso la Convenzione di Unione di Parigi del 1883 e l’Arrangement di Madrid del 1891), grazie ad un’efficiente scambio di informazioni e problematiche comuni ai vari Paesi della comunità internazionale, generando così l’avvio di una tutela giuridica uniforme.
Inoltre, essendo la locuzione “diritto industriale” tipica della tradizione italiana, per gli altri Paesi di civil e common law non è possibile tradurla correttamente a causa della particolare specificità della ripartizione italiana delle discipline del diritto; pertanto, in questi ultimi, il diritto dei marchi d’impresa, oggetto di questa dissertazione, viene regolato dalla disciplina della proprietà intellettuale.
La “contraffazione”, intesa come «riproduzione di una cosa, imitandola al fine di spacciarla per originale» è diventata, negli ultimi decenni, anche a causa dello sviluppo post-industriale e della globalizzazione, una pratica sistematica e pervasiva a livello internazionale.
La relativa facilità di immissione nei mercati nazionali di prodotti contraffatti ha reso urgente per la comunità internazionale l’introduzione di misure di contrasto di un fenomeno allarmante.
Giuseppe Lelio Adamo
Ogniqualvolta si parla di design si parla anche di Italia. Tale binomio indica che nel nostro Paese, il design ha rivestito un ruolo fondamentale nel passato e che ancora oggi ha un’incidenza dal punto di vista culturale, industriale, sociale e, infine, naturalmente economico.
In un mercato tanto complesso e tanto debole, i produttori devono adeguarsi alle leggi da esso imposte e cercare di agire convogliando la clientela sui propri prodotti, strappando quote alla concorrenza.
Soprattutto ai giorni nostri, per crescere e per cogliere le sfide imposte dall’andamento del mercato, un prodotto deve avere alle spalle anche delle capacità imprenditoriali che sappiano dare la giusta importanza a due elementi fondamentali: il marketing e il design.
Questi due motori impongono alle imprese uno studio preciso e specifico della propria strategia per identificare e riconoscere i vantaggi competitivi, per fissare una strategia solida che permetta di avere un posizionamento forte ed unico nel mercato.
Il marketing e il design rendono possibile ciò poiché permettono all’impesa di differenziare il proprio prodotto e ne favoriscono il successo in un contesto in cui il consumatore si dimostra sempre alla ricerca di esperienze nuove e di prodotti che assumono sempre più una veste sociale, che sono contenitori di emozioni, messaggi, fonte di piacere.
Il pubblico, inoltre, presta molta attenzione alla forma che rappresenta il primo elemento di contatto con l’acquirente e che è, quindi, decisiva ai fini del successo o meno del prodotto.
Alla base di tutto ciò ci sono degli studi di marketing che permettono di identificare il cliente e i suoi bisogni, e uno studio sulla forma, sul colore, sul materiale del prodotto da realizzare.
Il consumatore diventa il risultato del mercato in cui si trova costretto a vivere caratterizzato da turbolenza, complessità, incertezza. Si assiste, quindi, ad un passaggio dal marketing di massa (mass production) ad un marketing
personalizzato e di nicchia (mass customization) con prodotti unici e creati ad hoc.
Una possibile soluzione, in questo momento caratterizzato da un eccesso di prodotti, è proprio il connubio marketing e design che attribuiscono un valore al prodotto per i consumatori.
Il marketing va oltre la banalità e la prevedibilità, percependo la necessità di prodotti diversi, visibili ma soprattutto emozionanti per il consumatore. Il design, invece, cura l’elemento estetico del prodotto, che diventa un surplus agli occhi del consumatore e che quindi ne influenza la scelta poiché va a soddisfare quel bisogno di emozionarsi che esso manifesta.
Luigi Bressan
Questa ricerca vuole inserirsi nella vasta problematica sul divorzio e affrontarne un aspetto, ossia il significato dottrinale e della storia dell'interpretazione del canone settimo della Sessione XXIV del Concilio di Trento. Questo canone che riguarda il divorzio per causa di adulterio, ha una storia e un testo assai complesso. E' considerato il documento piu solenne del magistero ecclesiastico almeno avanti le dichiarazioni del Concilio Vaticano II ed e percio che i teologi fanno a esso riferimento: gli uni per sostenere che il matrimonio e indissolubile, anche ne caso dell'adulterio, gli altri per dire che lo stesso Concilio di Trento non ha voluto definire una simile asserzione. Esiste una monografia del P. Fransen sull'origine e il senso del canone si e pensato di accettare le conclusioni di questo teologo e partendo da queste vedere in quale senso la Chiesa e gli autori cattolici si sentirono legati dal canone tridentino. Ma dopo i primi studi sull'argomento ci si accorse che non tutte le conclusioni del Fransen erano accolte pacificamente e anzi che almeno alcune di esse non mancavano di fondamento; per questo si e ripreso in mano lo studio del canone stesso cercando di utilizzare piu fonti. Questo lavoro e stato reso possibile dalla pubblicazione degli Acta, Diaria, Litterae, Tractatus riguardanti il Concilio pubblicazione curata dalla Societa Goerresiana: cosi il metodo dell'ermeneutica storica qui seguito puo portare a buoni risultati e dare la vera portata di un canone, quale i Padri conciliari vi attribuirono.
Giuseppe Lelio Adamo
La locuzione “diritto industriale”, contrariamente a quella di “diritto commerciale” ─ diritto sviluppatosi in Italia nell’epoca dei comuni nel XII secolo ─ non può essere analizzata sulla base di criteri storici. Infatti alle origini dello stesso non vi è la creazione di regole “nuove” ed integrate tra loro, volte a modificare le istituzioni economico-sociali.
L’etimologia di tale espressione ricorda la nota Rivoluzione Industriale, quel fenomeno sviluppatosi inizialmente in Inghilterra ed affermatosi nella seconda metà del XVIII secolo, in cui le conoscenze scientifiche e tecnologiche hanno acquisito una propria autonoma considerazione.
In questo contesto il conseguente sviluppo del moderno sistema capitalistico e la standardizzazione dei prodotti, sia a livello qualitativo che quantitativo, ha agevolato il processo di allocazione ottimale dei prodotti all’interno del mercato. Si può far risalire alla industrializzazione una spiccata sensibilità per le questioni relative alle creazioni intellettuali, scenario in cui il diritto dei segni distintivi muove i suoi primi passi.
Si aggiunga che nel corso dell’Ottocento si erano già poste le basi per lo sviluppo di nuove coordinate sulla protezione dei marchi, prima a livello nazionale, poi internazionale (si sviluppano in questo senso la Convenzione di Unione di Parigi del 1883 e l’Arrangement di Madrid del 1891), grazie ad un’efficiente scambio di informazioni e problematiche comuni ai vari Paesi della comunità internazionale, generando così l’avvio di una tutela giuridica uniforme.
Inoltre, essendo la locuzione “diritto industriale” tipica della tradizione italiana, per gli altri Paesi di civil e common law non è possibile tradurla correttamente a causa della particolare specificità della ripartizione italiana delle discipline del diritto; pertanto, in questi ultimi, il diritto dei marchi d’impresa, oggetto di questa dissertazione, viene regolato dalla disciplina della proprietà intellettuale.
La “contraffazione”, intesa come «riproduzione di una cosa, imitandola al fine di spacciarla per originale» è diventata, negli ultimi decenni, anche a causa dello sviluppo post-industriale e della globalizzazione, una pratica sistematica e pervasiva a livello internazionale.
La relativa facilità di immissione nei mercati nazionali di prodotti contraffatti ha reso urgente per la comunità internazionale l’introduzione di misure di contrasto di un fenomeno allarmante.
Giuseppe Lelio Adamo
Ogniqualvolta si parla di design si parla anche di Italia. Tale binomio indica che nel nostro Paese, il design ha rivestito un ruolo fondamentale nel passato e che ancora oggi ha un’incidenza dal punto di vista culturale, industriale, sociale e, infine, naturalmente economico.
In un mercato tanto complesso e tanto debole, i produttori devono adeguarsi alle leggi da esso imposte e cercare di agire convogliando la clientela sui propri prodotti, strappando quote alla concorrenza.
Soprattutto ai giorni nostri, per crescere e per cogliere le sfide imposte dall’andamento del mercato, un prodotto deve avere alle spalle anche delle capacità imprenditoriali che sappiano dare la giusta importanza a due elementi fondamentali: il marketing e il design.
Questi due motori impongono alle imprese uno studio preciso e specifico della propria strategia per identificare e riconoscere i vantaggi competitivi, per fissare una strategia solida che permetta di avere un posizionamento forte ed unico nel mercato.
Il marketing e il design rendono possibile ciò poiché permettono all’impesa di differenziare il proprio prodotto e ne favoriscono il successo in un contesto in cui il consumatore si dimostra sempre alla ricerca di esperienze nuove e di prodotti che assumono sempre più una veste sociale, che sono contenitori di emozioni, messaggi, fonte di piacere.
Il pubblico, inoltre, presta molta attenzione alla forma che rappresenta il primo elemento di contatto con l’acquirente e che è, quindi, decisiva ai fini del successo o meno del prodotto.
Alla base di tutto ciò ci sono degli studi di marketing che permettono di identificare il cliente e i suoi bisogni, e uno studio sulla forma, sul colore, sul materiale del prodotto da realizzare.
Il consumatore diventa il risultato del mercato in cui si trova costretto a vivere caratterizzato da turbolenza, complessità, incertezza. Si assiste, quindi, ad un passaggio dal marketing di massa (mass production) ad un marketing
personalizzato e di nicchia (mass customization) con prodotti unici e creati ad hoc.
Una possibile soluzione, in questo momento caratterizzato da un eccesso di prodotti, è proprio il connubio marketing e design che attribuiscono un valore al prodotto per i consumatori.
Il marketing va oltre la banalità e la prevedibilità, percependo la necessità di prodotti diversi, visibili ma soprattutto emozionanti per il consumatore. Il design, invece, cura l’elemento estetico del prodotto, che diventa un surplus agli occhi del consumatore e che quindi ne influenza la scelta poiché va a soddisfare quel bisogno di emozionarsi che esso manifesta.
Giuseppe Lelio Adamo
Nel vasto panorama dell’illecito, talvolta accade che i confini tra responsabilità contrattuale e responsabilità extracontrattuale si facciano mobili e non ben definibili.
Divenendo duttili strumenti nelle mani degli interpreti ed oltrepassando la rigidità delle classificazioni, gli istituti – conformandosi di volta in volta alle peculiarità del caso concreto – subiscono nel tempo aggiustamenti funzionali ad una concreta risposta alle richieste di giustizia.
Proprio all’interno di questo complesso quadro – in cui inevitabilmente si scontrano e si confrontano il diritto e la realtà, nel tentativo che il primo si plasmi sulle esigenze in costante mutamento della seconda e non sia quest’ultima a cedere il passo al rigido formalismo giuridico – vengono a collocarsi le teorizzazioni (e successivamente le applicazioni pratiche) del “contatto sociale”.
Tale istituto raccoglie in sé una serie di ipotesi di danno che si pongono a metà strada fra il contratto e il “torto”, trovando posto in quella zona che possiamo definire “grigia”, che si interpone fra la responsabilità contrattuale e la responsabilità extracontrattuale.
La mobilità dei confini fra i due tipi di responsabilità viene oggi confermata dal fatto che, una molteplicità di ipotesi tradizionalmente ricondotte all’alveo della responsabilità ex art. 2043 cod.civ., sembrano essere attratte all’interno della responsabilità contrattuale, ai sensi di quanto disposto dall’art. 1218 cod.civ.
Il contatto sociale rappresenta, quindi, quello strumento duttile nelle mani degli interpreti di cui si diceva, mediante il quale si rende possibile tale trasmigrazione; offrendo al soggetto che chiede tutela, di beneficiare della più favorevole disciplina della responsabilità contrattuale, pur in mancanza di un accordo negoziale tra le parti, che possa assurgere a fonte dell’obbligazione.
L’espressione “contatto sociale” indica, dunque, un rapporto socialmente tipico, che ingenera nei soggetti coinvolti un obiettivo di affidamento, in virtù del fatto che si tratta di un rapporto “qualificato” dall’ordinamento giuridico, il quale vi ricollega una serie di doveri specifici di comportamento attivo.
Ferma l’assenza del contratto, la riconduzione di tali fattispecie all’illecito aquiliano, si appalesa in plurime circostanze insoddisfacente in termini di tutela e, comunque, non adeguato alle circostanze proprie del caso concreto, in considerazione del forte di affidamento nella professionalità dell’altro che caratterizza queste particolari ipotesi di responsabilità.
Tale “fiducia” porterebbe in dote il sorgere di un rapporto obbligatorio alla cui violazione non potrebbe che applicarsi la responsabilità contrattuale, meglio definita come “responsabilità da inadempimento di obbligazioni”, derivanti non solo da contratto ma da ogni fatto o atto idoneo ex art. 1173 cod.civ.
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