Le Sinistre hanno l'elastico

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Si scrive sempre lo stesso libro. Questo ha il pregio di essere un libro bastardo, incrocio tra saggio e narrativa, che vuol ricostruire una risaia. Si vuol parlare della comunicazione. Si vuol raccontare le difficoltà che si incontrano nel comunicare tra generazioni, tra generi, tra i compagni. Il racconto è esente da fantasia, eccetto piccole porzioni, quando si auspica il cambiamento. Senza fantasia non sarebbero possibili le religioni e neanche il marxismo, che partano da presupposti scientifici e si perdono in ipotesi.

I Balanta, etnia meravigliosa dell'Africa tropicale, non conoscono l'aggettivo "vecchio". Gli anziani sono /lante n'dan/, uomini grandi. Più sei in là con gli anni e più sei grande.

Da noi tentano di emarginarti verso i cinquant'anni buttandoti fuori dal lavoro. Se il lavoro non lo hai mai trovato, non sei mai esistito. Chi invece con la politica o con i soldi o l'arte diventa un personaggio è più vivo degli altri.
Le coordinate di questo libro:
Quando: i primi anni del terzo millennio
Dove: sudovest a sinistra
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Additional Information

Publisher
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Published on
Aug 20, 2014
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Pages
213
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ISBN
9788891154521
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Language
Italian
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Genres
Political Science / Essays
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Sentieri del villaggio è un libro corale.

Un amico ci ha detto: "Se stai una settimana in Africa scrivi un libro. Se stai un anno scrivi un articolo. Se stai una vita non scrivi niente". Come se in una vita si arrivasse a capire di non poter capire. Capire l'Africa è come capire la vita. A capire la vita ci hanno provati in tanti: filosofi, profeti, scrittori, operai... Abbiamo comunque capito poco e ci sembra che agli Africani importi poco capire la vita, ma importa molto viverla.

La bellezza di questa terra e delle persone che la abitano, le loro grandi difficoltà sono entrate nelle nostre molecole. Questa bellezza è stata vista da angolazioni diverse, da persone con esperienze diverse, ma il suo splendore ha creato in noi emozioni analoghe.

Quello che raccontiamo lo abbiamo visto con i nostri occhi.

Abbiamo visto che le loro speranze, continuamente calpestate, stentano a decolare. Se noi ci comportiamo da fratelli la loro gioia si irraggia dalle piante dei piedi a tutto il corpo e si trasforma in danza.

Chi aiuta chi?

La loro vita, la loro cultura, che è una cultura di inclusione, ha aperto squarci di contraddizioni nella nostra esistenza.

Raccontando ai bambini la favola della cicala e della formica siamo rimasti colpiti che il loro scandalo non era rivolto alla cicala ma alla formica, per loro è incomprensibile che la cicala debba morire di fame essendoci il cibo raccolto dalla formica. In qualunque capanna dividono il cibo con chiunque. Per il piccolo popolo che abbiamo conosciuto i Balanta l'unica caratteristica della ricchezza è che deve essere distribuita, altrimenti non è ricchezza.

Noi arriviamo nella loro terra come ricchi. I nostri criteri di efficienza, sbilanciati verso il futuro, sono estranei alla loro cultura.

Non solo la colonizzazione, le guerre per gli interessi delle multinazionali, le rapine, ma possiamo danneggiarli anche con le nostre buone intenzioni, con le quali possiamo rovinare l'equilibrio del loro vivere, favorendo la perdita di conoscenze indispensabili alla loro sopravvivenza.
Gli Angeli di Maidan è un viaggio all'interno di una rivoluzione che ho definito rivoluzionaria. Nel mio intento in questo breve saggio è fornire gli strumenti culturali al lettore per comprendere quanto avvenuto in quei mesi a Kiev e quindi comprendere anche gli attuali eventi in Ucraina.

Credo di essere l'unico Italiano testimone oculare di quei mesi passati tra speranze e paure in un oceano di umanità che non poteva non colpire chiunque creda ancora negli ideali di libertà e giustizia. Oltre a fornire gli strumenti culturali ho inserito gli avvenimenti di quelle giornate, le interviste, le emozioni, i personaggi famosi e quelli anonimi che tutti insieme hanno composto quella che viene definita la rivoluzione della dignità.

Una testimonianza che si prefigge di andare oltre la propaganda profusa in questi mesi, oltre le ideologie che a Maidan non hanno mai trovato casa, oltre i luoghi comuni.

Maidan non è stato un punto di arrivo ma semmai un punto di partenza, un luogo a cui spero che le nuove generazioni guardino con interesse e ne traggano spunto nella loro ricerca di una vita migliore e di un mondo più giusto.
Ho dedicato il libro agli Angeli di Maidan che ci guardano da lassù, ragazzi che come noi hanno condiviso la stessa esperienza e che il fato ha voluto che ne diventassero dei martiri.

Perchè la loro memoria non sia sporcata da interessi di parte e dalla propaganda è essenziale che si capisca cosa è successo in quei novanta giorni di protesta popolare e quali sono state le cause che hanno prima scatenato il Maidan e ne hanno poi determinato la vittoria.

Nel libro si parla di Nazionalismo Ucraino, della bandiera rossa o nera, della figura di Stepan Bandera, dei Cosacchi, della Rus di Kiev e poi dei personaggi che hanno animato la protesta, delle battaglie, le interviste, la religione, insomma una visione a 360 gradi sulla complessa società Ucraina che se letta unicamente con la focale occidentale difficilmente risulterà comprensibile.

Lasciatevi attrarre dal paese dei Cosacchi, entrate in Maidan con me.
C’è un sottile filo rosso che lega il mistero delle navi dei veleni al business del nucleare. È quello stesso filo che mette assieme l’affare somalo e l’omicidio di Ilaria Alpi, il centro Enea di Rotondella e la strage di Ustica. Un altro capitolo dei misteri italiani, nel quale si muovono uomini di ‘ndrangheta, pentiti e trafficanti di armi, loschi figuri e figuranti, faccendieri e pezzi deviati dello Stato. A tracciare i contorni di una storia che parte dagli anni ’80 due giornalisti di razza, Giuseppe Baldessarro (Quotidiano della Calabria, La Repubblica) e Manuela Iatì (Sky Tg24). È sulle coste calabresi che si addensano i più terribili sospetti, apparentemente confermati dal ritrovamento di una nave sui fondali al largo di Cetraro nel settembre scorso. Nave dei veleni o piroscafo silurato nel 1917? Tra Regione Calabria e Ministero dell’Ambiente la battaglia si combatte a suon di perizie. A mettere la parola fine sul caso del relitto ritrovato, il rapporto della GEOLAB, pubblicato per la prima volta in questo libro. Ma la storia delle navi dei veleni non può essere chiusa, come qualcuno vorrebbe. Troppi indizi, coincidenze, dichiarazioni, sospetti. Troppi i nomi e gli eventi che si rincorrono, intrecciando una torbida trama: il faccendiere Giorgio Comerio, il pentito Francesco Fonti, il capitano Natale De Grazia, magistrati, politici, imprenditori, mafiosi. I due giornalisti giungono a una puntuale ricostruzione dei fatti e delle inchieste, delle verità raggiunte o solo sospettate, delineando un quadro inquietante e oscuro. E intanto in Calabria si continua misteriosamente a morire. Prefazione di Antonio Nicaso.
“Quello che le donne raccontano”. Un libro che ha velleità di testimonianza e vuole essere strumento per riflettere, attraverso le storie raccolte, sul sofferto cammino verso l’ emancipazione del mondo femminile. Testimonianze toccanti raccolte dai racconti di Noemi che attraversa il secolo breve e racconta la povertà della sua infanzia e giovinezza, il lavoro di mondina e molti altri. Così come l'esperienza operaia di Vilma che documenta la trasformazione delle attività produttive industriali, con la coscienza che il valore del lavoro delle donne in fabbrica ha una valenza molto articolata. La storia di Rosaria nata in Puglia, sposa a 14 anni, che vive l’emigrazione e diventa operaia a 36 anni. Con con i suoi due bimbi si presenta alla Singer di Leinì e vivrà la lotte operaie e la cassa integrazione. Stessa storia per Graziella che parte da Caorle in Veneto e viene assunta nel 1973 in fabbrica e ricorda che, per comunicare con il marito, per seguire i bambini facevano turni di lavoro alternati, doveva scrivere bigliettini. Testimonianza vera, intensa quella di Filomena nata a San Giuseppe Vesuviano in una famiglia di sette figli. Lei impara a cucire su una macchina Singer e poi emigrata Torino con suo marito, che ha trovato lavoro alla FIAT, entra in Singer negli anni ’70 e diventa delegata. Così la storia di Agnese che ricorda la sua esperienza di emigrata dell’entroterra veneto perché stanca a 17 anni di mangiar polenta. Insomma piccole microstorie che danno valore alla macro storia del nostro Paese. Come ricordo con un bel proverbio africano: “Quello che non viene raccontato è perso”. Perdere queste storie sarebbe perdere la conoscenza di una parte importante della storia dell'umanità, che nel cammino delle donne pone grandi speranze.

Il lungo cammino delle donne da una società patriarcale, attraverso una società maschilista e classista, verso una società in cui non ci si debba più preoccupare della disparità tra uomo e donna.
Con il movimento operaio hanno attuato l'efficacia della lotta non violenta realizzando la coerenza tra mezzi di lotta e fini da perseguire. Ogni conquista fatta con la violenza, con la violenza deve essere difesa, questo manda in pensione ogni giustificazione sulla violenza.
Vilma: “Penso con rammarico e nostalgia alle battaglie per un futuro più giusto. Non so quando una generazione di donne e di compagni prenderà in mano il nostro testimone, ma spero di esserci. La precarietà del lavoro porta povertà per tutti, ma più di tutti alle donne."
Sentieri del villaggio è un libro corale.

Un amico ci ha detto: "Se stai una settimana in Africa scrivi un libro. Se stai un anno scrivi un articolo. Se stai una vita non scrivi niente". Come se in una vita si arrivasse a capire di non poter capire. Capire l'Africa è come capire la vita. A capire la vita ci hanno provati in tanti: filosofi, profeti, scrittori, operai... Abbiamo comunque capito poco e ci sembra che agli Africani importi poco capire la vita, ma importa molto viverla.

La bellezza di questa terra e delle persone che la abitano, le loro grandi difficoltà sono entrate nelle nostre molecole. Questa bellezza è stata vista da angolazioni diverse, da persone con esperienze diverse, ma il suo splendore ha creato in noi emozioni analoghe.

Quello che raccontiamo lo abbiamo visto con i nostri occhi.

Abbiamo visto che le loro speranze, continuamente calpestate, stentano a decolare. Se noi ci comportiamo da fratelli la loro gioia si irraggia dalle piante dei piedi a tutto il corpo e si trasforma in danza.

Chi aiuta chi?

La loro vita, la loro cultura, che è una cultura di inclusione, ha aperto squarci di contraddizioni nella nostra esistenza.

Raccontando ai bambini la favola della cicala e della formica siamo rimasti colpiti che il loro scandalo non era rivolto alla cicala ma alla formica, per loro è incomprensibile che la cicala debba morire di fame essendoci il cibo raccolto dalla formica. In qualunque capanna dividono il cibo con chiunque. Per il piccolo popolo che abbiamo conosciuto i Balanta l'unica caratteristica della ricchezza è che deve essere distribuita, altrimenti non è ricchezza.

Noi arriviamo nella loro terra come ricchi. I nostri criteri di efficienza, sbilanciati verso il futuro, sono estranei alla loro cultura.

Non solo la colonizzazione, le guerre per gli interessi delle multinazionali, le rapine, ma possiamo danneggiarli anche con le nostre buone intenzioni, con le quali possiamo rovinare l'equilibrio del loro vivere, favorendo la perdita di conoscenze indispensabili alla loro sopravvivenza.
“Quello che le donne raccontano”. Un libro che ha velleità di testimonianza e vuole essere strumento per riflettere, attraverso le storie raccolte, sul sofferto cammino verso l’ emancipazione del mondo femminile. Testimonianze toccanti raccolte dai racconti di Noemi che attraversa il secolo breve e racconta la povertà della sua infanzia e giovinezza, il lavoro di mondina e molti altri. Così come l'esperienza operaia di Vilma che documenta la trasformazione delle attività produttive industriali, con la coscienza che il valore del lavoro delle donne in fabbrica ha una valenza molto articolata. La storia di Rosaria nata in Puglia, sposa a 14 anni, che vive l’emigrazione e diventa operaia a 36 anni. Con con i suoi due bimbi si presenta alla Singer di Leinì e vivrà la lotte operaie e la cassa integrazione. Stessa storia per Graziella che parte da Caorle in Veneto e viene assunta nel 1973 in fabbrica e ricorda che, per comunicare con il marito, per seguire i bambini facevano turni di lavoro alternati, doveva scrivere bigliettini. Testimonianza vera, intensa quella di Filomena nata a San Giuseppe Vesuviano in una famiglia di sette figli. Lei impara a cucire su una macchina Singer e poi emigrata Torino con suo marito, che ha trovato lavoro alla FIAT, entra in Singer negli anni ’70 e diventa delegata. Così la storia di Agnese che ricorda la sua esperienza di emigrata dell’entroterra veneto perché stanca a 17 anni di mangiar polenta. Insomma piccole microstorie che danno valore alla macro storia del nostro Paese. Come ricordo con un bel proverbio africano: “Quello che non viene raccontato è perso”. Perdere queste storie sarebbe perdere la conoscenza di una parte importante della storia dell'umanità, che nel cammino delle donne pone grandi speranze.

Il lungo cammino delle donne da una società patriarcale, attraverso una società maschilista e classista, verso una società in cui non ci si debba più preoccupare della disparità tra uomo e donna.
Con il movimento operaio hanno attuato l'efficacia della lotta non violenta realizzando la coerenza tra mezzi di lotta e fini da perseguire. Ogni conquista fatta con la violenza, con la violenza deve essere difesa, questo manda in pensione ogni giustificazione sulla violenza.
Vilma: “Penso con rammarico e nostalgia alle battaglie per un futuro più giusto. Non so quando una generazione di donne e di compagni prenderà in mano il nostro testimone, ma spero di esserci. La precarietà del lavoro porta povertà per tutti, ma più di tutti alle donne."
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