Tenebra superlucente (ovvero l’ossimoro quale linguaggio per pensare l’essere come soglia): Una lettura della Teologia Mistica di Dionigi l’Areopagita

associazione culturale piccola barca

Chi si nasconde dietro lo pseudonimo di Dionigi l’Areopagita? Ma ancora di più – ciò che è senz’altro filosoficamente più significativo – quale l’ispirazione e quale l’esito del suo pensiero: più neoplatonico o più cristiano? Nel corpus aeropagiticum, infatti, è vero che è poco presente il carattere personale di Dio e, più in particolare, di Cristo ...

Attraverso una lettura corsiva della Teologia Mistica, la tesi sostenuta nel presente saggio è che il testo in questione sia autenticamente cristiano e altamente cristologico, in quanto caratterizzato da uno stile ossimorico. Il linguaggio ossimorico, infatti, educa a percorrere senza soluzione di continuità l’andirivieni di logica e mistica, di parola e silenzio, di molteplicità e unità, senza mai smorzare il paradosso con lo scadere in un esito unilateralmente monistico o ideologico: educa a rimanere sulla soglia, capacità sulla quale, forse, è possibile non solo misurare il discrimine tra platonismo e cristianesimo, ma caratterizzare altresì la specificità di una comprensione cristiana dell’essere all’interno del panorama filosofico contemporaneo.
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Publisher
associazione culturale piccola barca
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Published on
Sep 25, 2017
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Pages
88
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ISBN
9781976586798
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Best For
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Language
Italian
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Genres
Philosophy / Metaphysics
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 Studio critico della lingua latina è un manuale di latino pensato per gli studenti delle Università Pontificie, ma rivolto anche a chiunque, da autodidatta, desideri accostarsi alla conoscenza di questa antica lingua e all’arte della traduzione.

Esso raccoglie una provocazione legittima e radicale: ha senso continuare a studiare latino oggi? In particolare, ha ancora senso l’obbligatorietà dello studio del latino nelle Università Pontificie? Frutto di un pluriennale insegnamento presso l’Università Gregoriana di Roma, a simili domande il manuale intende rispondere recisamente di sì, indicando però quale sia l’obiettivo specifico di un simile studio oggi: non quello di imparare a parlare latino; né tanto quello di imparare a tradurre dal latino; piuttosto, acquisendo una prima basilare capacità di comprensione dei testi latini, quello certo di arrivare a saper apprezzare una pagina della Vulgata in originale, come pure dell'ampia letteratura latina giunta fino a noi, con traduzione interlineare in lingua moderna, ma poi anche di imparare bene in ogni lingua a fare l’analisi della parola, della proposizione e del periodo di un testo, scritto o orale, nella convinzione che una simile competenza sia particolarmente importante per crescere nella capacità di ascolto di un libro come pure di una persona. L’apprendimento del latino dunque inteso come occasione per essere introdotti o rafforzati nella dialettica di lettera e spirito, qualità specifica di una cultura cristiana, che si traduce in specifica capacità di ascolto e di profondità. Alla luce di una simile finalità, si comprende il titolo dato al libro: Studio critico della lingua latina. Critico allude senz’altro all’approccio logico che si concretizza nell’assoluta centralità data alle tre analisi, del periodo, logica e grammaticale; ma in senso più profondo allude all’intento di educare ad una maggiore capacità di ascolto, all’apprezzamento del diverso, del differente, dell’altrimenti, attraverso l’iniziazione all’arte e al gusto dell’interpretazione dei testi, che poi siamo anzitutto noi stessi.

Il metodo proposto è innovativo, a metà strada tra l’insegnamento di una lingua viva e quello di una lingua morta: tramite l’ausilio di una traduzione interlineare, il lettore è chiamato ad accostarsi fin da subito ad alcune pagine di san Tommaso, studiando man mano la grammatica e la sintassi latina, in base ai testi letti, insistendo come già detto sulle tre analisi.

Il corso si articola in diciannove Lezioni. Ogni Lezione presenta grosso modo la medesima struttura: all’inizio, in un riquadro, è anticipata la materia che verrà trattata; quindi, dopo aver presentato il contenuto del periodo preso in esame, si procede ad una decifrazione del testo latino attraverso un’approfondita analisi, del periodo, logica e grammaticale; contestualmente, via via che se ne offra l’occasione, si presentano i diversi aspetti della grammatica e sintassi latina; si conclude aggiungendo alcuni rilievi etimologici relativi ai vocaboli incontrati: filosoficamente, la pratica etimologica è emblematica infatti di quella forzatura della lettera che, insistendo sulla lettera, permette di andare aldilà della lettera; al termine, in un altro riquadro, vengono proposte domande di verifica di quanto si sarebbe dovuto apprendere, nonché schede di analisi del testo da compilare.
Questo libro è un invito a leggere ogni giorno una pericope evangelica e a pregarla. Perché? Qual è l’importanza della Parola di Dio per un cristiano? Quali i frutti promessi? A questi interrogativi, nel precedente volume − il primo di tre dedicati al commento dei Vangeli del giorno del tempo ordinario − abbiamo cercato di rispondere alla luce dei primi tre capitoli dell’Apocalisse. Ora tenteremo di farlo mettendoci in ascolto di alcuni versetti della Prima Lettera di Pietro, per la precisione dal ventiduesimo del primo capitolo al terzo nel capitolo seguente.

Leggere e pregare il Vangelo è bere ogni giorno quel latte (1 Pt 2,2) che ci fa crescere − fino a raggiungere la somiglianza con l’uomo perfetto (Ef 4,13) − in bontà, trasparenza, dono di sé, spirito di lode e di benedizione. Il progresso è infinito: ora, in verità, proprio questo può divenire motivo di scoramento. Se la mèta non la si raggiunge mai, il passo può farsi pesante: l’esodo si trasmuta in condanna a morire nel deserto (Es 14,11-12; 16,3; 17,3). Quel cibo così leggero, che è la Parola di Dio, può arrivare a nauseare (Nm 21,5). Ecco allora che Pietro associa all’immagine del latte il riferimento alla dolcezza del Signore (1 Pt 2,2): il Signore, sotto forma di Parola, è sperimentato come cibo buono, dolce, succulento (Is 55,1-3). La dolcezza, come ogni qualità relativa al gusto, non può essere vissuta al passato, quale memoria, né al futuro, quale speranza, ma solo al presente, quale esperienza in atto: leggere e pregare il Vangelo non è una pratica pia né un’ascesi morale, bensì un’esigenza d’amore, propria di chi ha gustato, e giorno dopo giorno continua a gustare, quanto è buono il Signore (Sal 34/33, 9). «Quanto sono dolci al mio palato le tue parole: / più del miele per la mia bocca» (Sal 119/118,103, secondo la versione CEI del 1971, quella cioè precedente alla revisione del 2008): questa esperienza, in fondo, è l’unica giustificazione credibile del primato che l’ascolto del Vangelo chiede di avere nella vita cristiana. 

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