Desiderio e attesa

Miss Black
3

Una bambina è scomparsa, su nel nord dell’Inghilterra. A indagare sul caso viene mandato l’ispettore James Artington, della National Crime Agency, che aiuterà il sergente Fillmore della polizia locale. Quando la ragazzina ricompare in stato di shock le autorità si rivolgono alla dottoressa Alexandra Von Röeten-Loewe, ultima rampolla di una famiglia nobile dalle immense ricchezze che cerca di espiare i propri privilegi aiutando i più bisognosi. E lavorando fianco a fianco su quel caso cupo, in un inverno senza pietà, Alexandra resta affascinata dall’ispettore Artington e dal dolore che nasconde. Neanche lui è indifferente alla dottoressa, ma è combattuto. E Alexandra dovrà armarsi di molta pazienza, dato che il desiderio non è sufficiente perché Artington venga a patti con il suo passato.
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"«Chiuda gli occhi, forza. Si rilassi».
Artington obbedì. Con gli occhi chiusi si portò il bicchiere alle labbra e annusò la complessità del whisky che conteneva. Sentì Alexandra posare lo sgabello davanti al tavolino e sedersi.
«È davvero... buono...» mormorò.
Lei gli sfilò un calzino. Artington non se l’aspettava. Non se l’aspettava minimamente, ma riuscì a non riaprire gli occhi. In qualche modo sapeva che se avesse riaperto gli occhi Alexandra ci avrebbe letto dentro... tutto. Il desiderio, il senso di colpa, una speranza inappropriata e un po’ patetica.
«Be’, è invecchiato trent’anni e tutto, sa. Non c’è motivo di bere robaccia» commentò lei, con una risata leggera. Iniziò a massaggiargli un piede.
Così, a mani nude, come se nulla fosse. Si posò il suo piede sulle cosce e gli massaggiò bene il tallone e la pianta.
Artington lo trovò profondamente piacevole. Profondamente erotico, in realtà.
«Che meraviglia» sospirò.
Bevve un altro sorso. Il calore del whisky gli incendiò lo stomaco, mentre le mani di Alexandra lo massaggiavano delicate. L’arcata, di nuovo il tallone... gli fece piegare le dita e poi le spinse verso il basso, sciogliendo ogni tensione.
Per un attimo pensò che lo avrebbe leccato. Che gli avrebbe succhiato le dita una per una, solleticandolo con la lingua tra un dito e l’altro.
Non era il suo genere di cosa, ma il pensiero gli procurò un’erezione.
«Meglio, vero?».
«Mh-mh»."
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4.7
3 total
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Additional Information

Publisher
Miss Black
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Published on
Jul 22, 2016
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Pages
203
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ISBN
9786050487008
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Language
Italian
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Genres
Fiction / Erotica / General
Fiction / Romance / Contemporary
Fiction / Thrillers / Crime
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A Grad cade la neve quando Sophia, su un binario della stazione ferroviaria, lotta con tre uomini che vogliono sopraffarla. Un treno passa sbuffando vapore – forse per lei è la salvezza! – ma no, rallenta e basta, non si ferma. Quando ormai tutto sembra perduto, la porta di un vagone si apre e due mani sconosciute la traggono a bordo. Sophia è sfuggita ai suoi aggressori, ma chi l’ha salvata? Tjark Vinter sembra un gentiluomo, ma sul suo viso una cicatrice rivela che ha combattuto nella Guerra dei Sospiri, dieci anni prima. Sophia scoprirà presto che la guerra gli ha lasciato ben altre cicatrici, dato che Vinter è uno dei pochi maghi da combattimento rimasti in circolazione, uno dei pochi a padroneggiare arti ormai inutili, in tempo di pace. E quando verrà a sapere che è stato arrestato dovrà ricambiargli il favore e salvargli la vita, perché le autorità vogliono cancellare dal mondo lui e il suo segreto... un’abilità che lo rende una perfetta macchina da guerra, ma che gli impedisce di dimostrarle tutta la passione che prova per lei.
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"Vinter le avvolse una pelliccia attorno alle spalle Sophia si appoggiò dolcemente a lui. Un istante più tardi sentì le sue mani che le massaggiavano i piedi nudi, scaldandoli.
«Grazie» sussurrò. Aveva un seno schiacciato contro il suo fianco e trovava la loro vicinanza sempre più stordente.
Sollevò il viso verso quello di lui e vide la sua espressione seria, quasi accigliata.
«Signora Blomgren...»
«Mi chiami Sophia».
Erano così vicini che quando le labbra di lui sfiorarono le sue Sophia quasi non se ne accorse. Quasi, perché il cuore iniziò a batterle nel petto come un forsennato.
«Mm... Sophia, benissimo. Quindi puoi chiamarmi Tjark. Forse dovremmo andare a letto».
Lei arrossì violentemente, come fosse una ragazzina alla prima cotta, e Vinter sbatté le palpebre un paio di volte.
«Intendevo dire ognuno nel suo, è ovvio. Non volevo suggerire...» Sospirò e la baciò di nuovo. «O forse volevo suggerirlo, dopo tutto. Non riesco a fermarmi. Fermami tu, per favore».
«Come dovrei fare?».
«Potresti dire “smettila”».
La baciò ancora, ancora una volta sfiorando appena le sue labbra.
Sophia si allungò verso di lui, premendogli il corpo contro.
«Sì, smettila, Tjark. Ecco, ora l’ho detto, sei contento?». Intrecciò le dita alle sue e, continuando a baciarlo, si portò la sua mano al petto. «Smettila subito».
Vinter strinse la morbidezza del suo seno. Il cuore di Sophia sembrava impazzito, e anche il suo corpo. Si inarcò contro di lui, mentre con le labbra gli separava le labbra e assaggiava il suo sapore con la lingua.
«In effetti non dovrei» sospirò Vinter, nella sua bocca. La sua mano massaggiava il suo seno in modo così gradevole da darle i brividi, accarezzandola al di sopra della casacca."
Dopo la morte di Mark Charlotte è sicura che non si innamorerà mai più. Perderlo ancora giovane è stato troppo doloroso, e anche se sono passati degli anni e parte della tristezza se n’è andata non pensa di poter mai più provare qualcosa di così intenso per un uomo. Finché non è proprio una lettera “postuma” di Mark a farle rincontrare il miglior amico di lui, Victor, donnaiolo incallito da sempre disinteressato a lei. O così crede Charlotte.
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«Ero amico di Mark, okay? Non... non sarebbe stato...»
«Non sarebbe stato?».
«Ah, lascia perdere».
Lei ridacchiò. Si voltò su un lato per avvicinare il naso alla sua faccia.
«No, dai. “Non sarebbe stato” che cosa? Appropriato? Cazzo, tu e Mark eravate come fratelli. Non avrebbe mai pensato che volevi portarmi a letto».
Victor si voltò dalla sua parte, innervosito. I loro nasi si sfiorarono.
«Voglio portarti a letto ora, però».
Charlotte restò praticamente fulminata. Non ci aveva pensato. Si era avvicinata sempre di più, con la massima naturalezza, e ora...
Be’, Victor l’aveva colta alla sprovvista.
Guardò nei suoi occhi per un tempo che le parve interminabile, bloccata. Occhi blu scuro, un po’ addolorati e tuttavia pieni di desiderio.
«Mmmh, sono sbronzo» ammise lui, alla fine, vedendo che Charlie non dava segno di vita.
«A-anch’io» sussurrò lei.
«Sì, lo so. Ne hai bevuto quanto me e la tua massa corporea è sicuramente inferiore alla mia, dunque sei più sbronza di me».
«No, intendevo...»
Si sporse ancora un pochino e lo baciò sulle labbra.
Dopo un secondo di confusione Victor rispose al bacio. Le accarezzò la nuca, infilandole le dita tra i capelli. Charlotte chiuse gli occhi e gli appoggiò una mano sul petto. Il suo cuore batteva così forte che riusciva a sentirlo attraverso la maglia.
«Dio, è... strano» le mormorò nella bocca. «Strano-bello, ma...»
«Per favore. Non scopo da una vita».
Lui si mise a ridere. «“Per favore” che cosa?».
«Per favore non dire qualcosa come che ti sembra di scopare con la moglie del tuo amico. Non sono più sua moglie. Abbiamo divorziato quando è morto, okay?».
Lui rise di nuovo. La baciò di nuovo. «Non mi stavo tirando indietro, eh».
«Ah. Meno male» sospirò lei. Lo spinse sul pavimento, continuando a baciarlo. «Potresti, tipo...»
«Tipo?».
«Sbattermi. Forte». Sospirò. «Per favore».
«Cristo, è sexy che continui a chiederlo per favore».
Qualcosa è andato orribilmente male. La profezia non si è avverata, la natura della Soglia non è cambiata e i quattro protagonisti della trasformazione alchemica sono stati risputati sulla Terra come semplici esseri umani, soggetti agli insulti del tempo e delle malattie. Sono passati sei mesi da quel giorno e Amintha non può sopportare che Nathaniel invecchi e muoia davanti ai suoi occhi.
Vivian si macera nel senso di colpa per essere stata l’involontaria causa di tutto quel dolore e nessuno sa dove sia Rahel.
Nel contempo, in un parco della città, un senzatetto muto viene avvicinato e aiutato da una volontaria, Casey. Il senzatetto si è guadagnato il nomignolo di “Quello Bello” tra gli operatori della charity, ma chi è? Da dove viene? E che cosa l’ha reso indifferente a tutto?
Le loro strade dovranno di nuovo incrociarsi... nell’alchimia del piacere.
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"Lucien ignorò entrambi. Slacciò altri bottoni della camicia di lei, fino quasi ad aprirla tutta, e le tirò fuori il seno dalla coppa del reggipetto. Casey si sentì arrossire disperatamente e sprofondò la faccia nel suo dolcevita.
«Lucien...» disse, di nuovo.
Lui le pizzicò il capezzolo.
«Se per qualche ragione questo mio stato di eccitazione dovesse dispiacerti, ti prego di ricordare che è questa la condizione che ci vuole per la poesia, e della poesia solo m'importa. La poesia è ciò per cui vivo» replicò, con il suo forte accento francese.
«John Keats, addirittura» giunse il contrappunto beffardo della voce di Amintha, dal sedile anteriore. «Se inizia a citare de Sade è il caso che ti preoccupi, tesoro».
Lucien sbuffò.
«La virtù non conduce ad altro che all'inazione più stupida e più monotona, il vizio a tutto ciò che l'uomo può sperare di più delizioso sulla terra» disse. «Ecco de Sade».
Amintha rise.
«E siamo ancora tutti vivi, eh?».
«Oh, smettila» fece Nathan, dandole una spintarella scherzosa. Nessuno sembrava far caso al fatto che Lucien stava palpando il seno nudo di Casey.
«Non ascoltarla, vecchio mio. Sai che cosa ha fatto, subito prima di... insomma, del nostro incidente? Ha comprato un quadro che avevate nella vostra vecchia casa alle porte di Parigi. Non è romantico?».
«Lui era ancora morto» specificò Amintha. «È più facile provare nostalgia per chi è morto»."
Quando l’esercito nevariano attacca la città di Melita Sharrane lei capisce che la sua vita privilegiata è finita. Viene portata via e sta per finire nelle mani di un manipolo di soldati quando un cavaliere dell’esercito nemico la salva dal suo destino. Ma poi Lord Epsos l’ha davvero salvata? Inizialmente sembra che l’abbia semplicemente resa una schiava con cui divertirsi come vuole... o forse no. Senza più una casa né una famiglia Melita non può fare altro che fidarsi di quello sconosciuto. E presto dovrà trovare la risposta a una domanda difficile: si può provare attrazione per il proprio nemico?
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Alzò la testa e le sue labbra trovarono le mie. «Continuo a desiderarti. Non riesco a smettere. E dentro di me so che voglio ancora una volta... sfruttare la mia posizione. Ordinarti di giacere con me. Prenderti fino a essermi tolto la voglia e pazienza se tu non mi desideri. È questo a farmi sentire in colpa. Non ne verrebbe niente di buono. Non avevi mai visto un uomo. Non sapevi neppure che cosa fosse il mio seme. Non hai mai voluto stringerti a qualcuno... non per affetto o conforto, ma per desiderio. Non hai mai provato piacere con qualcuno... forse neppure da sola. Ho distrutto la tua città, ti ho strappata alla tua famiglia, ti ho resa una schiava... e ora voglio prendermi pure la tua innocenza. Prima o poi lo farò, mi conosco».
Tornai a stendermi accanto a lui, quieta. «Se non lo fai tu lo farà qualcun altro» dissi. Su quello non avevo alcun dubbio. Mezz’ora fuori dal recinto di casa mia, senza protezione, e in quanti ci avevano provato?
«Sì, è vero» ammise Wymar. Mi accarezzò le labbra in punta di dita. «Spogliati. Voglio sentire il tuo corpo contro il mio».
Mi sfilai la veste e la sopraveste. Il tepore nel suo letto era magnifico e sapevo che non sarebbe riuscito a prendermi contro la mia volontà, nelle condizioni in cui era. Ma trovavo gradevole la sua vicinanza e davvero ero disposta a concedermi a lui, prima di finire in mani peggiori.
Mi appoggiai al suo fianco (quello ferito era l’altro) e lo sentii emettere un sospiro soddisfatto. Mi circondò con un braccio, mentre con le nocche dell’altra mano mi sfiorava un seno.
Mi accarezzò in punta di dita. «Sei molto bella. È sgradevole, questo?».
«No».
Mi prese il seno nel palmo della mano, palpandolo delicatamente. La sua pelle era un po’ ruvida, ma il suo tocco era leggero. «Gradevole?».
«In un certo senso. Per te lo è?».
Lui mi rivolse un mezzo sorriso. «Per fortuna ho un buco nella pancia. Ma ci hai già pensato, è vero?».
Sorrisi anch’io. «Lo ammetto».
«È giusto. Fai bene. Poni che io voglia anche leccarle, queste tettine, ora...»
Aggrottai appena le sopracciglia. «Leccarle?».
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Samantha, detta Sam, è tornata dall’Africa da pochi mesi e Brooklyn le sembra un paese ostile e straniero. Ha problemi di ansia e il lavoro che le ha trovato la ONG per cui lavorava in Kenya la deprime profondamente. Immaginava il suo futuro in modo diverso.
La prima notte nella nuova casa, per di più, viene svegliata da dei rumori inconfondibili nell’appartamento accanto: la testiera di un letto che batte contro il muro e gli ululati di piacere di una donna. Il giorno seguente conosce un tipo simpatico nella lavanderia del palazzo e solo alla fine si rende conto che è lui, il vicino di casa che le ha dato quel benvenuto così particolare.
Nell’arco di qualche settimana capisce che Asher è un seduttore seriale, che si libera delle conquiste subito dopo aver fatto sesso con loro. E che lei ha il dubbio privilegio di poter sentire attraverso il muro buona parte delle sue “prodezze”. Se Asher fosse solo questo Sam cambierebbe stanza alla propria camera da letto e la finirebbe lì. Ma quel ragazzo bello e amichevole ha dentro delle ombre che conoscere non è facile e un passato doloroso che, in un certo senso, rispecchia quello della stessa Sam...
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Qualcosa sbatteva contro il muro. Tump-tump-tump, e così via a ritmo regolare, quasi ipnotico. Sentii un lamento, poi dei gemiti sempre più forti. Gemiti femminili. Una voce che diceva cose che non capivo per intero e che comunque non volevo...
Okay, cose che capivo quasi per intero, in realtà, perché la signorina, chiunque fosse, voleva comunicarle all’intero palazzo. Cose tipo: “Oh, sì, scopami, sfondami con quell’arnese gigante”; e tipo: “Oh, sì, ancora, sei così grosso, non resisto più, ti prego continua”.
Scusate se non riesco a rendere l’enfasi. Era piuttosto enfatica.
Lui, il possessore dell’arnese gigante, non emetteva un suono. Immaginavo che fosse il responsabile del tump-tump-tump ritmico, e che il tump-tump-timp fosse la testiera del letto che sbatteva contro il muro, ma non ne avevo le prove. Sembrava solo l’ipotesi più ragionevole.
La faccenda andò avanti per una decina di minuti, poi la tizia emise una serie di veri e propri ululati e i colpi sul muro finirono.
La donna disse qualcosa ridendo, lui sempre muto. O, insomma, parlava a voce troppo bassa perché potessi farmi i fatti suoi.
Mi chiesi chi vivesse nell’appartamento accanto al mio, è ovvio. Mi chiesi anche se fosse una coppia (in quel caso forse era meglio che spostassi la mia camera da letto) o una single. Speravo per loro che scopassero così tutte le sere, ma speravo per me che fosse solo una cosa occasionale.
Certo che ci avevano dato dentro.
Mmm... erano millenni che non mi capitava, e comunque non l’avevo mai fatto con quella foga, ne ero sicura.
Non so quanto tempo passò. Stavo di nuovo per addormentarmi, quando un nuovo gemito mi mise sul chi vive.
A seguire, i mugolii sempre più forti della mia nuova vicina e del suo focoso ragazzo. Il quale, per quel che ne sapevo, poteva anche essere muto.
È l’inizio del 1700 e Lupe Isadora Diaz y Jimenez, una ragazza di appena diciott’anni, viaggia su un bastimento spagnolo con l’uomo che l’ha costretta a diventare la sua amante. Ma la nave viene assalita dai corsari e Lupe si trova prigioniera degli uomini più terribili del mondo, dei veri diavoli in terra. Il capitano Duncan McCready le spiega subito che non vede una donna da sei mesi e che, quindi, sarà la benvenuta nella sua cabina.
Lupe teme di essere finita in un inferno peggiore di quello in cui già viveva, ma forse si sbaglia. Il capitano è un uomo duro e sboccato, è vero, ma è anche intrepido e generoso. Sarà lui il primo a farle scoprire il piacere... e il brivido dell’avventura.
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"«Dovremo trainare la Reina Cristina, signor Rowls» furono le successive parole del... capitano? Doveva essere il capitano, a giudicare da come tutti lo ascoltavano in silenzio. «Trovate una baia isolata dove possiamo aggiustare l’albero, il fasciame, il sartiame... è tozza, ma si può vendere, una volta a casa. In quanto all’equipaggio...». Si strinse appena nelle spalle. «Qualcuno dovrà manovrarla, questa bagnarola, quindi vedete se vale la pena di tenerne una decina. Gli altri possiamo lasciarli a terra. Galtiero Vasquez y Torres viene sulla Sultana, ovviamente. Lo chiuderemo nel quadro di prua. La ragazza...» Si voltò verso Lupe e sorrise soddisfatto, sgranchendosi le spalle. «Ah, le gioie del comando. Portatela nella mia cabina».
«Guardate che non sono una prostituta!» protestò lei, cercando di dimostrarsi offesa invece che terrorizzata. «Non so che cosa vi ha detto Galtiero, ma è un sudicio bugiardo!».
Sul viso dell’altro si aprì di nuovo un sorriso, veloce e un po’ indisponente. «Peccato. Dovrò insegnarti». I corsari sghignazzarono selvaggiamente.
Lupe avrebbe continuato a protestare, ma a quel punto due membri della ciurma la afferrarono e la portarono via.
Riuscì ancora a sentire il signor Rowls che borbottava: «Con questa avrete da divertirvi, capitano»."
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Lolie Sebastien, spia freelance al servizio del miglior offerente, sa come sfruttare le sue molte doti: un viso d’angelo, nervi saldi e nessuna traccia di un cuore. Anche se poi quest’ultima cosa non è vera. Un cuore ce l’ha, solo che l’ha dato all’uomo sbagliato, una spia britannica a cui di lei non importa niente. Finché non incontra Zoran Brković, agente segreto anche lui, ma fatto di tutt’altra pasta. Di missione in missione, di paese in paese, di rivolta in rivolta, di guerra in guerra, Lolie e Zoran si inseguiranno in una danza sensuale e pericolosa, dalla quale entrambi usciranno cambiati, forse per sempre.
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"«Nel suo profondo, credo che Zoran Brković sarà sempre un soldato» mi disse Quinn, la prima volta che mi parlò di lui. «Esegue gli ordini senza fare domande. Be’, perché non gli interessano le motivazioni, probabilmente, ma comunque... È disciplinato, ordinato. Quando lo vedi per la prima volta ti fa una strana impressione, ma non è sgradevole. Più lo guardi e più ti abitui a lui. Alla fine potresti persino trovarlo bello».
«Non vedo che cosa c’entri, Quinn. Ne parli come se dessi per scontato che ci andrò a letto» risi io.
Lui mi rivolse un sorriso a metà. «Be’, è un po’ la tua tecnica, no? E intendiamoci... non ho niente in contrario. Anzi, mi piace. Mi piace avere tra gli operativi una puttanella ninfomane come te, Lolie Sebastien».
Mentre lo diceva allungò un piede, insinuandolo dolcemente tra le mie gambe. Mi appoggiò la pianta sulla chatte e me la massaggiò. Emisi un sospiro e aprii le cosce. All’epoca impazzivo per Quinn. Lui mi infilò l’alluce tra le grandi labbra, si fece largo tra le piccole e me lo mise a mollo nella fichetta. Ero tutta bagnata e sapevo che gli piaceva. Ne avevo le prove davanti agli occhi, diciamo.
Eravamo stesi su un sofà in un appartamento del centro di Parigi. Soffitti alti e stucchi barocchi. Nudi, le gambe intrecciate e i gomiti appoggiati sui braccioli, ci fronteggiavamo dalle estremità opposte del sofà. E Quinn aveva infilato l’alluce dentro la mia fichetta. Era una scena un po’ decadente, lo so, ma aveva anche le sue attrattive.
«Bene, poniamo che me lo porterò a letto. A parte questo che cosa...»
Quinn mosse leggermente l’alluce, facendomi sospirare. «È nato in Serbia trentasei anni fa. Fatti un paio di conti e capirai che non ha avuto un’infanzia particolarmente felice. Subito dopo la fine del conflitto si è ficcato nell’esercito... soldati addestrati dalle truppe NATO, hai presente. Profilo esemplare, ottimo cecchino, ma quelli non erano paesi per uomini ambiziosi, allora meno di ora. Si è dimesso e ha iniziato a lavorare a contratto».
«Per il miglior offerente?» chiesi. Mi ricordava qualcuno.
Quinn mi spinse dentro l’alluce più che poteva. «Toccati» ordinò."
Si può finire a letto con qualcuno senza averne l’intenzione? È quello che succede a Kerry Arveda, operativa della CIA alla prima missione sul campo. Il suo obbiettivo è scoprire se un’azienda di componentistica meccanica aggira le sanzioni internazionali verso gli “stati canaglia” e per farlo pensava di fare amicizia con Ethan Fairchild, uno dei dirigenti della compagnia. Ma le cose non sono andate come previsto, anche perché Ethan «non pratica il romanticismo» e il loro primo appuntamento si è trasformato in una sessione di sesso torrido. In un certo senso imbastire una relazione con lui è un modo come un altro per farsi portare in Europa con il gruppo incaricato di incontrare i clienti internazionali, in un altro... Ethan è la persona più fredda del mondo, incredibile a letto, ma senza cuore. Oppure no? Forse le cose non stanno proprio come sembrano... in tutti i sensi.
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Come descrivere quei venti minuti o poco più? Probabilmente fu l’esperienza più strana della mia vita. Quando ero piccola e mia madre tornava a casa nei freddi inverni dell’Indiana, mia nonna le stringeva le mani per scaldargliele e commentava sempre, in italiano: “Mani fredde, cuore caldo”. E mia madre il cuore caldo lo aveva davvero, dato che lavorava come una pazza, come anche mio padre, per pagare gli studi a me e a mia sorella.
Ecco, avrei scoperto di lì a poco che Fairchild era esattamente il contrario.
Salii con le ginocchia sul divano e lui si tolse la giacca.
Lo guardai un po’ perplessa. Lui non guardò me, non negli occhi, ma fece di nuovo una specie di carrellata sul mio corpo.
Ragazzi, se non è una situazione assurda questa...
Si allentò la cravatta, se la sfilò e la posò sulla giacca. Si slacciò i primi due bottoni della camicia. Mentre lo faceva, disse: «Tirati su la gonna, dai».
Deglutii.
Adesso mi sveglio. Per forza. È troppo, troppo strano...
Portavo una gonna grigio scuro, da ufficio, dei collant e delle ballerine nere. Sopra avevo una maglia elasticizzata, niente di speciale.
Mi tirai su la gonna. Cioè, iniziai a farlo, ma fu lui a concludere il gesto. Io mi sarei fermata, credo... subito sotto al sedere. Lui me la tirò su del tutto, appallottolandola attorno alla mia vita. Avvampai di vergogna.
Green Mews è un postaccio, un quartiere di edilizia popolare ormai decrepita, in mano agli spacciatori e abbandonato dal resto della società. È lì che viene scaricato il corpo dell’ultima vittima dell’assassino seriale a cui sta dando la caccia il Detective Porter, della Metropolitan Police. Inutile dire che da quelle parti gli sbirri non sono visti molto di buon occhio. Ma c’è una ragazza, che girella attorno alla scena del crimine, una ragazza come un gatto selvatico, difficile da avvicinare, ma capace di stupire per intelligenza e generosità: Delyse. È l’inizio di un’amicizia difficile, venata di attrazioni complesse e incomprensioni quasi buffe. Porter con la sua missione e Delyse che cerca un futuro diverso. Forse non erano neppure destinati a incontrarsi, ma ormai è successo... anche se sembrano venire da due universi paralleli.
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Delyse guardò dallo spioncino e vide Grant Porter, lo sbirro del giorno prima.
Gli colava qualcosa sulla faccia. E sui capelli. E, guardando con attenzione, sulla camicia.
Sembrava uovo.
Porter fece un gesto rassegnato. «Un’ottuagenaria obesa mi ha tirato delle uova. In questo quartiere non c’è un bagno pubblico».
«Uhm... non so se puoi entrare»
Per prima cosa era ancora in pigiama, chiaramente appena uscita da letto, con addosso solo dei pantaloncini molto corti e una casacca di cotone. Non si sentiva molto a suo agio con uno sconosciuto nei dintorni. I suoi capelli dovevano essere simili a un fungo atomico, cosa che un po’ la infastidiva. Doveva usare il bagno. Ma, specialmente, aveva la sua piccola coltivazione in soggiorno.
Porter sospirò. «Se non hai un cadavere crivellato di proiettili sul divano, credo di poter passare sopra a ogni eventuale altro crimine».
«È per uso personale» chiarì lei.
«Non mi interessa. Ho dell’uovo che mi sta colando giù per il petto e si avvicina sempre più alle mie parti private».
Un po’ controvoglia, Delyse si fece da parte. Casa sua era un casino, tra l’altro. Ma se l’uovo gli stava per colare sul pisello...
Grant entrò e rivolse a malapena un’occhiata al suo soggiorno. Si tolse la giacca (che sembrava scampata al bombardamento) e la mollò su una poltrona, poi seguì la direzione del suo indice verso il bagno. Si slacciò la fondina e la posò per terra accanto ai suoi piedi, poi si liberò anche della camicia e della t-shirt bianca che aveva sotto. Delyse seguì l’operazione con occhio critico. Non aveva riflettuto sul fatto che avesse una pistola. Era una cosa che non le piaceva un granché. Ma upgradò la sua categoria da “scopabile” a “sexy”, visto che comunque aveva un bel paio di spalle e un torace molto okay. Lui si sciacquò la faccia senza degnarsi di chiudere la porta. Bloccò un rivolo di albume che gli stava colando giù per una pancia piatta piuttosto interessante, intercettandolo giusto prima dei primi peli dell’inguine, poi le fregò con naturalezza il sapone e iniziò a insaponarsi la peluria del petto.
Ora i suoi addominali bugnati erano coperti di schiuma bianca.
Delyse osservò con occhio critico il manzo semi-insaponato che si era trovata nel bagno. C’era di peggio. Alzò il suo rating da “sexy” a “figo”.
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