Protocolli dei Savi Anziani di Sion: Il falso più famoso del '900

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I Protocolli dei Savi Anziani di Sion, conosciuti anche come “Protocolli degli Anziani di Sion” o come “Protocolli dei Savi di Sion”, sono  il primo testo di quella che poi è stata definita “letteratura complottista”, senza dubbio uno dei più celebri falsi letterari della storia contemporanea.

Scritti probabilmente da un agente della polizia segreta russa per alimentare l’odio nei confronti degli ebrei, vennero pubblicati integralmente per la prima volta nel 1905 ed iniziarono subito a diffondersi in tutta Europa.

Anche se vennero smascherati già nei primi anni ’20 da una serie di articoli del Times, i Protocolli divennero ben presto popolarissimi grazie alla propaganda dell’estrema destra di tutta Europa, e poi anche in Medioriente attraverso la propaganda anti-sionista.

Il documento riporterebbe un presunto resoconto di alcune sedute segrete tenute a Basilea al tempo del congresso sionista del 1897, sedute in cui sarebbe stato elaborato un complotto giudaico-massonico per mettere in atto un piano di dominio del mondo attraverso il controllo dei media e della finanza.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale la fortuna dei Protocolli è calata sempre di più, anche se hanno continuato a circolare in maniera sotterrane all’interno degli ambienti dell’estrema destra e, soprattutto, del mondo islamico radicale.

L’introduzione di Jeremy Feldman a questa nuova edizione contribuisce a fare luce su uno dei testi più oscuri del ‘900, un documento che purtroppo ancora oggi, nonostante la comprovata falsità, continua ad essere utilizzato per propagandare l’odio e l’antisemitismo.

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Additional Information

Publisher
LA CASE Books
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Published on
Feb 1, 2016
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Pages
100
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ISBN
9781944811310
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Language
Italian
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Genres
History / General
Political Science / General
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Pierre Berg
Nel 1943, il diciottenne Pierre Berg, membro della Resistenza francese, scelse il momento meno opportuno per visitare la casa di un amico, perché lo fece anche la Gestapo. Venne scaraventato a Drancy, un campo di prigionia parigino, poi deportato ad Auschwitz, Dora e Ravensbrück.
Scritto poco dopo la guerra, quando i ricordi di Berg erano più vividi, Una fortuna sfacciata racconta l’odissea di un ragazzo non ebreo in alcuni dei più brutali campi di concentramento nazisti. Il libro accompagna il lettore attraverso i dodici mesi di Berg ad Auschwitz, dove la barbarie era la norma accettata, il suo scampare ai bombardamenti Alleati, la straziante ‘‘marcia della morte’’ da Auschwitz a Dora, un altro campo di lavoro forzato in cui Berg fu impiegato nella produzione dei razzi nazisti V1 e V2. Infine, la sua fuga rocambolesca nel bel mezzo di una battaglia campale tra le forze tedesche e l’Armata Rossa.
Assolutamente franco e venato di ironia, irriverenza e umorismo macabro, il contributo di Berg si colloca per importanza tra i lavori degli altri compagni sopravvissuti, Elie Wiesel e Primo Levi. Mentre si avvicina rapidamente il giorno in cui non ci saranno più testimoni oculari viventi della ‘‘Soluzione Finale’’ nazista, questo memoriale rappresenta un ricordo bruciante e unico di come l’Olocausto colpì tutti noi.
Inesorabilmente poco sentimentale, tinta di graffiante ironia, la storia di Pierre Berg non solo offre una nuova prospettiva su alcuni dei più noti campi di sterminio nazisti, ma si distingue come qualcosa di completamente nuovo nella letteratura dei superstiti dell’Olocausto.
La descrizione di vita nei lager, le esecuzioni, la gasificazione, le selezioni, la malattia, il secco, terribile pragmatismo della sopravvivenza, il modo in cui i detenuti finiscono per collaborare con il sistema, la fame che riduce gli orizzonti a una puntura di spillo, fino ad indurre al cannibalismo, la vita che vale meno di niente, i morti gettati nei fiumi, i loro corpi usati come esche per attirare pesci, ogni cosa in questa testimonianza è orribile oltre ogni immaginazione umana, eppure è autentica. Non importa quante testimonianze abbiamo letto, non c’è nessuna catarsi. Leggere questo libro è un’esperienza unica. Ci si sente persino irrispettosi e blasfemi nel dirlo, ma le pagine scorrono via come in un thriller. Berg è disarmante, onesto, acuto, spesso autoironico. Una fortuna sfacciata è anche un inno alla forza dello spirito umano e alla sua ferrea volontà di resistere nei momenti più bui.

Ho visto la testa di un uomo spaccata da una pala perché aveva la diarrea. Ho visto uomini impiccati per aver rubato un tozzo di pane con cui placare la fame, mentre i loro Kapò, assassini condannati, stupratori e ladri, scommettevano su chi di loro sarebbe soffocato prima. Ho guardato il Sonderkommando scaricare cataste di corpi, poi ho aiutato a consegnare sacchi di cemento pieni di ceneri di quelli che calcolai essere 1.200 esseri umani, che sarebbero servite per fertilizzare un campo di cavoli. Scampai a una selezione per le camere a gas di Birkenau, in quanto facevo un ottimo lavoro lavando le camicie del mio Blockälteste. Mi addormentai in un magazzino e fui accusato di aver tentato la fuga, e per questo condannato a morte, ma poiché all’uomo che mi aveva tatuato il braccio tremava la mano, i nazisti scambiarono un 9 per un 3 e così fu un altro al posto mio che venne impiccato. Trasportai il corpo di una Testimone di Geova fuori dal bordello del campo. Si era suicidata perché non poteva essere la puttana di nessuno. Vidi con i miei occhi due detenuti affamati mangiare il fegato direttamente dal cadavere di un loro compagno. Mi sedetti anch’io, stremato, sui cadaveri dei miei compagni per stare più comodo. Vidi morti gettati nei fiumi, i loro stomaci squarciati per fare da esca alle anguille. A stento, sopravvissi alla marcia della morte di Auschwitz e mi ritrovai poi a lavorare sui circuiti elettrici dei razzi V2 a Dora. Feci quel che potei per assicurarmi che non avrebbero mai funzionato. Mi innamorai di una ragazza in un campo a Parigi, Drancy, prima che fossimo spediti entrambi ad Auschwitz. Qui sognai lungamente di ricongiungermi con lei, ma dopo essere fuggito dai nazisti mi toccò recuperare il suo corpo martoriato dai topi e dai vermi in un villaggio tedesco.

Una storia straziante… Un contributo degno di essere avvicinato alle testimonianze di Primo Levi ed Elie Wiesel.
— Kirkus Reviews

Parte del potere [del libro] risiede nello stile narrativo che non nasconde nulla, offrendo il dramma in taglienti sfumature di umorismo macabro. L’effetto è agghiacciante. Questo libro è uno dei più importanti punti di riferimento della letteratura sull’Olocausto. Oltre al suo valore storico, è un’arma potente nella battaglia contro i negazionisti dell’Olocausto. Il fatto che sia stato scritto da un non ebreo e non da uno dei cinquecentomila ebrei sopravvissuti, lo rende unico.
— Livia Bitton-Jackson, sopravvissuta all’Olocausto e autrice di Ho vissuto mille anni.

Un viaggio incredibile attraverso l’inferno dei campi di sterminio nazisti di un giovane francese determinato ad uscirne vivo [...] I dettagli della schiavitù quotidiana di Pierre Berg e lo sforzo di sopravvivenza sono conturbanti.
— Richard Z. Chesnoff, editorialista del The New York Daily News; autore di Pack of Thieves – How Hitler & Europe Plundered The Jews.

L’incredibile testimonianza di Pierre Berg sui campi di concentramento nazisti pulsa di crudezza ed attenzione per i dettagli. È stata scritta subito dopo la guerra, quando i suoi ricordi si sono impressi con vividezza su ogni pagina. Con umorismo sagace, Berg narra una storia di fortuna, buona e cattiva, in un mondo impazzito. La sua avvincente storia di coraggio e la volontà di preservare la propria umanità nella più disumana delle condizioni è un importante contributo alla letteratura della Shoah e alla storia del XX secolo.
— Andrea Warren, autore di Surviving Hitler: A Boy in the Nazi Death Camps.

Pierre Berg merita un elogio per il suo avvincente racconto. Ha raggiunto un raro equilibrio di precisione e distacco, consentendo ai lettori di penetrare nei suoi ricordi senza bisogno di abbellimenti letterari estranei. Un contributo importante alla crescente libreria delle testimonianze sull’Olocausto.
— Joshua M. Greene, autore di Witness: Voices from the Holocaust.

Affascinante, devastante, ossessionante, Una fortuna sfacciata è coinvolgente come Schindler’s List. La storia di Berg è un monumento allo spirito umano che prevale al di là di ogni tentativo autoritario di schiacciarlo. Che Berg sia sopravvissuto per raccontare la storia è sorprendente e miracoloso quanto il libro stesso. È una lettura appassionante, un libro che non si riesce più a posare, un’esperienza indimenticabile. Dovrebbe diventare un testo obbligatorio in ogni classe di Storia del ventesimo secolo che osi affrontare l’Olocausto.
— Duff Brenna, autore de The Book of Mamie, AWP Award-winner Best Novel.

‘‘Nel mezzo del cammin di nostra vita…’’, nonostante Dante, io e voi non possiamo andare all’Inferno e ritornare a questa esistenza. Ma Pierre Berg, ancora adolescente, ha fatto proprio questo. La qualità cinematografica della sua narrazione ci proietta dentro l’abisso di Auschwitz, che inferno lo è stato veramente. Saremmo sopravvissuti? L’abilità di Berg gli fu utile, ma ci furono molti casi in cui ci andò vicino. Nel suo libro c’è suspense — davvero tanta — ironia, cinismo, lealtà e amore. I fatti lo dimostrano. Al di là delle fonti archivistiche naziste, questa è una storia vera, in cui non vengono risparmiati dettagli in nome del buon gusto e della delicatezza.
— Steven F. Sage, autore di Ibsen and Hitler.

Il suo libro di memorie è uno dei pochi disponibili in inglese scritti da un detenuto di Auschwitz non ebreo, e rappresenta una cronaca ancora più rara delle esperienze presso l’impianto di Dora. La comprensione del funzionamento del mercato nero di Auschwitz e delle dinamiche relazionali dei Kapos verso i prigionieri politici e religiosi aiuta a far luce sull’effetto corruttivo della brutalità nazista sui prigionieri. Il viaggio personale di Berg — dallo sconvolgimento emotivo della cattura in una retata tedesca a Nizza fino alla progressiva morte delle sue emozioni, mentre cercava di sopravvivere tra i peggiori campi di concentramento — è una lettura avvincente… Altamente consigliato.
—Library Journal

Ad ogni pagina troverete voi stessi immersi nei ricordi di Pierre, come se egli stesse raccontando la storia solo a voi…
Probabilmente il miglior libro di memorie mai scritto da un non ebreo, una parte vitale della letteratura sull’Olocausto e un testo classico.
— The Manila Times

È la fusione di allegria ed orrore che distingue questo libro da tanti altri che ho incontrato sull’Olocausto. Mescolati alle condizioni di lavoro brutali, agli atti casuali di violenza, alle percosse, agli assurdi omicidi… ci sono momenti di meraviglia, persino di bellezza.
— Ralph Magazine

Lo straordinario libro di memorie di Pierre Berg non è solo un contributo prezioso a una storia che non dobbiamo mai dimenticare, ma si distingue anche per la verve, la vitalità e lo spirito ironico con cui l’autore racconta la sua storia. Stimolante come un racconto d’avventura, impreziosito da toccanti riflessioni, Una fortuna sfacciata è una lettura emozionante e indimenticabile.
— Jenna Blum, autrice di Those Who Save Us.

Questa è la storia, con tutti i pregi e i difetti, dell’incarcerazione di un prigioniero politico diciottenne come schiavo-operaio nell’abisso di Auschwitz… Il mio libro dell’anno.
— William Bemister, vincitore di un Emmy; corrispondente e produttore di The Hunter And The Hunted e The Search For Mengele.

Una fortuna sfacciata racconta come sia stata vissuta la sopravvivenza, un passo alla volta, un momento per volta, un respiro per volta… È un libro straordinario. E dice la verità. Non può esserci lode più alta…
— Philip Kingry, autore di The Monk And The Marines.

Berg offre ai suoi lettori la prospettiva affascinante di un adolescente saggio per la sua età, non-ebreo e non credente, che è stato testimone e vittima della Soluzione Finale. Anche se è praticamente impossibile dire che si goda nel leggere una memoria di Auschwitz, Berg mi ha portato fino alle lacrime, ma mi ha fatto anche ridere. Un lavoro importante che sarà letto per molto tempo.
— Michael Berenbaum, direttore del Sigi Ziering Institute ed ex direttore del progetto dell’United States Holocaust Memorial Museum.

Con dettagli sorprendenti degni di un thriller di fantascienza, Una fortuna sfacciata è crudo, stridente e straziante quanto il taglio di una frusta. L’estenuante lotta quotidiana di Berg per sopravvivere al successivo pestaggio, al successivo gelido appello, al successivo sadico nazista armato di pistola è più che reale. Berg non mira a porre o a dare risposte a grandi questioni filosofiche, ma offre la dura moneta dell’esperienza di una persona comune che ricorda mentre ancora è viva e cruda la memoria. Nel modo ‘rassicurante’ in cui Berg ha affrontato le necessità fisiche ed emotive sotto una pressione inimmaginabile — come ha elaborato la perdita, il dolore e la realtà contorta dei nazisti — si trova tutta la sua onestà.
— Elinor J. Brecher, reporter del Miami Herald e autrice di Schindler’s Legacy: True Stories of the List Survivors.

 

Angela Camuso
Una vicenda criminale che non smette di porre interrogativi inquietanti e le cui propaggini arrivano fino ad oggi, come svelato dall’inchiesta Mafia Capitale sulla nuova cupola capeggiata da Massimo Carminati. È la storia della banda della Magliana, un gruppo nato alla fine degli anni Settanta e composto ai suoi primordi da malavitosi di borgata, figli maledetti del popolo e della miseria ma scaltri abbastanza per mettersi al servizio di poteri occulti, della mafia e delle frange eversive che miravano a destabilizzare il Paese. Scritto con il ritmo narrativo del romanzo e con una rigorosa aderenza ai fatti, questo libro di Angela Camuso ripercorre le tappe di un sodalizio che ancora ai nostri giorni occupa un posto di rilievo nell’olimpo della malavita imprenditoriale. L’autrice, che ha attinto per il suo lavoro a centinaia di documenti giudiziari, compresi quelli di Mafia Capitale, fa parlare i protagonisti senza omettere nomi, luoghi e circostanze in una sequenza agghiacciante di delitti e misteri: dall’omicidio del giornalista Mino Pecorelli al sequestro Moro, al rapimento di Emanuela Orlandi alla misteriosa morte, nel 2012, di Angelo Angelotti, il bandito che tradì Renatino De Pedis. Una storia che dura da quarant’anni grazie a una rete di insospettabili complici: prelati, magistrati, esponenti di forze dell’ordine e politici. Nonostante una catena di clamorosi «pentimenti» e faide sanguinose, quelli della Magliana non sono mai usciti di scena ma hanno compiuto una rapida scalata sociale, come dimostra la presa del Campidoglio da parte del nuovo Re di Roma, er Pirata Carminati, ex militante dei Nar e già membro della vecchia banda.
Ivan Guerini
Il libro del 1979 cui questo si riferisce (senza esserne propriamente una riedizione) aveva sconcertato già con il titolo (il gioco-arrampicata?) i frequentatori dei monti della Masino che (come me) pensavano, quasi esclusivamente alle scalate sulle fiere vette della cresta di confine e consideravano le rocce di valle, per quanto imponenti e talvolta attraenti, solo come eventuale terreno di esercitazione. D’altra parte, gli stessi pionieri britannici dell’alpinismo non avevano forse frequentato le Alpi, anche le grandi montagne, come un terreno di gioco (the playground of Europe)? E anche in val di Mello il gioco di fondo valle non si era forse prolungato in difficili ascensioni sulle pareti della costiera di Arcanzo e di Cameraccio? (Già, i Britannici… proprio in quegli anni erano ricomparsi in val di Zocca, compiendo notevoli prime ascensioni con protezioni amovibili, i primi nut visti dalle nostre parti.) Molti anni dopo, dedicandomi ai libri di uno dei loro maestri, G. W. Young, maestro anche nell’arte di comunicare un’atmosfera, ho trovato un brano, in cui l’atmosfera comunicata mi è sembrata molto simile a quella che doveva essere stata l’atmosfera dell’arrampicata in val di Mello dei primi tempi: «Per noi le scalate erano preesistenti ma nascoste linee di possibilità inventate dalla natura e dal tempo su rupi erte e sconosciute. Per noi era una gioia e un privilegio scoprirle e seguirle, ciascuno nei limiti delle sue capacità naturali di sollevamento e di aderenza. Pensavo spesso che, proprio come Michelangelo vedeva le sue figure in essere dietro il velo della pietra e le scolpiva in tutto o in parte come statue, stava a noi scoprire le scalate velate nella roccia attraverso le età, e seguirle fino al loro completamento, dopo di che esse restavano in vista come entità. Poiché, ovviamente, era improbabile che la natura avesse inventato molti di questi concatenamenti accidentali di possibilità umane su ogni singola rupe, l’emozione di scoprire una “nuova via”, che aveva atteso lì per noi ignota attraverso gli evi, era intensa. Il parlarne dopo, interminabile ed entusiasta, non verteva tanto, come sarebbe oggigiorno, sui suoi astratti gradi di difficoltà, o sulla tecnica umana richiesta dai suoi ostacoli, quanto sulle caratteristiche o configurazioni naturali della particolare fessura o costola nella roccia. Discorrevamo, quindi, molto più della rupe o della montagna che stava dietro a tutto ciò, molto meno degli adattamenti fisici che PRESENTAZIONE – Giovanni Rossi richiedeva; di fatto, in termini moderni, molto più di passaggi, molto meno di chiodi» (Mountains with a Difference, cap. I - C’era una volta in Galles). Ora il lettore si troverà di fronte il quadro della situazione attuale in val di Mello e dintorni, un quadro in cui prevalgono le degenerazioni, quelle ambientali intraviste fin dall’inizio (specialmente da Monica) e quelle della tecnica di scalata (che già allora Ivan voleva esorcizzare). Starà al lettore giudicare se oggi le parole di Young abbiano solo il senso di un amaro ricordo o – come questo libro – contengano anche un invito al ritorno alle origini, nello spirito e nella tecnica, e quindi (nonostante tutto) un messaggio di conforto (non tutto è perduto).
Fabrizio de Gennaro
Parigi è conosciuta e amata soprattutto in "superficie". Generazione di turisti hanno percorso le rues e i boulevards, visitato i suoi musei, ammirato i suoi monumenti.

Certo per raggiungere i tanti punti d'interesse bisogna usare il metró e per chi non è pratico può essere pittoresco e anche un po' avventuroso.

Ma sotto alla città, sotto alle fogne e alle stesse linee della metropolitana si nasconde un'altra città.

Innumerevoli gallerie scorrono a 15-25 metri di profondità, qualche volta su due, tre livelli, per quasi 300 km sotto alla città intra-muros: le Catacombe di Parigi.

In origine erano antiche cave di pietra, da cui furono estratti i materiali per costruire innumerevoli monumenti ed edifici. Oggi questi sotterranei offrono l'inedita e inaspettata possibilità di scoprire una Parigi antica e dimenticata. Perché queste gallerie hanno saputo conservare tracce e testimonianze della storia passata e dei numerosi avvenimenti di cui Parigi è stata teatro nel corso della storia. Tracce che sono sparite dalla superficie.

Di questi misteriosi sotterranei se ne possono visitare, ufficialmente, una piccolissima parte sotto la rive gauche, circa 6 km, che ospitano parte di antichi cimiteri della città: 6 milioni di resti umani. Le restanti gallerie si propagano per centinaia di chilometri e sono ancora oggi percorse da alcuni avventurosi che sfidano il divieto e gli ostacoli per entrarvi, generalmente tombini che coprono i pozzi a pioli per scendervi, spesso murati o piombati.

Infatti, da sempre è vietato entrare e percorrere queste buie gallerie. Furono utilizzate per nascondersi, scappare o spostarsi nella città in modo discreto, in tutti i periodi "caldi" della storia di Parigi: fin dalla rivoluzione francese, durante la Comune di Parigi e in tutti i periodi agitati. Citati diverse volte nella letteratura dell'ottocento e anche recentemente da Umberto Eco ne "Il cimitero di Praga".

Questi sotterranei ebbero un'importanza strategica anche in tempi più recenti quando nel 1937 la Cagoule, fazione armata di estrema destra, tentò un poco noto colpo di stato fascista; durante la seconda guerra mondiale i tedeschi vi costruirono dei bunker anti-aerei mentre la resistenza parigina li utilizzò per il suo quartiere generale alla liberazione; durante la guerra fredda, all'insaputa dell'opinione pubblica, furono utilizzati dal governo per costruire rifugi anti-atomici sotto alcuni edifici pubblici.

Dagli anni '80 sono il rifugio di innumerevoli feste clandestine dove una stretta cerchia di studenti, ma non solo, beffeggiando le autorità, riescono a penetrare nei sotterranei malgrado i tombini di accesso vengano ciclicamente chiusi.

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