La necropoli della terramara di Casinalbo

All’Insegna del Giglio
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Fino alla pubblicazione di questa opera le necropoli delle terramare emiliane (1650-1150 a.C.) erano poco note, soprattutto in confronto alla notevole quantità di abitati conosciuti. La pubblicazione degli scavi effettuati nel sepolcreto di Casinalbo colma ampiamente questa lacuna. Il primo dei due tomi che costituiscono l’opera è dedicato alle ricerche e scavi effettuati nella necropoli a partire dal 1880, e con particolare riguardo alle ricerche effettuate fra il 1994 e il 2009 che hanno portato in luce diverse centinaia di sepolture (cap. 1). Segue il catalogo delle tombe con l’edizione grafica di ogni tomba, delle relative planimetrie e sezioni e le analisi dei resti umani (cap. 2). Il secondo tomo include la classificazione tipologica (cap. 3), estesa a tutte le necropoli emiliane, venete e della Lombardia orientale, la cronologia (cap. 4), che ha permesso di collocare la necropoli fra il BM2B/3 A e il BR2 (ca. 1450 -1150 a.C.), l’analisi antropologica (cap. 5), l’integrazione dei dati archeologici e antropologici e il conseguente commento alle evidenze distributive e “sociali” (cap. 6), la sequenza pedostratigrafica, le ricerche archeobotaniche, archeozoologiche, lo studio petrografico dei ciottoli segnacolo, le analisi archeometriche della ceramica e due note riguardanti il disco aureo dell’età del bronzo da Casinalbo e il restauro delle urne (capp. 7-13). Conclude il secondo tomo il capitolo delle considerazioni conclusive pubblicato anche in inglese (cap. 14).
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Publisher
All’Insegna del Giglio
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Published on
Nov 20, 2014
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Pages
924
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ISBN
9788878145375
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Best For
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Language
Italian
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Genres
Social Science / Archaeology
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Sono passati più di 110 anni da quando Arsenio Crespellani pubblicò la sua sintesi sull'archeologia del territorio collinare e montano della Provincia di Modena nel volume intitolato L'Appennino Modenese, curato dal geologo Dante Pantanelli e dallo storico Venceslao Santi, una sintesi in cui erano trattati tutti gli aspetti che riguardavano quel territorio, dalla Geologia alla Industria e Commercio. Alla pubblicazione del Crespellani non seguì, in tutti questi anni, una analoga iniziativa nonostante vari, e per molti aspetti importanti, contributi di alcuni autori, fra cui si ricordano Fernando Malavolti, Benedetto Benedetti, Amato Cortelloni. Questo Atlante dei Beni Archeologici della Provincia di Modena dedicato alla Montagna colma perciò un vuoto di conoscenza, per tanti versi più profondo di quello di altri territori della Provincia, dove l'attenzione degli archeologi è stata nel tempo più costante. Praticamente inesistenti sono gli interventi di scavo archeologico sistematico nel territorio montano. Noi stessi curatori siamo rimasti stupiti dalla notevole quantità di informazioni raccolte, certamente molte di più di quanto avevamo preventivato.
Rispetto al primo volume dell'Atlante dedicato ai comuni della pianura a nord della via Emilia, questo della Montagna presenta alcune differenze determinate proprio dalla natura del territorio e dalle modalità di rinvenimento. L'assenza di resti archeologici è in pianura causata prevalentemente da fenomeni alluvionali che hanno sepolto le testimonianze archeologiche, in Appennino invece le variabili sono principalmente correlate, oltre alla scarsa propensione per l'insediamento antropico nei territori di alta montagna e alla copertura forestale, anche alle vicende legate all'occupazione umana recente, che ha determinato una minore o maggiore incidenza dei rinvenimenti fortuiti, e alla storia delle ricerche, come nel caso dell'area di Ponte d'Ercole che fin dal XVIII secolo è stata oggetto di esplorazioni archeologiche o di Gaiato e Pompeano, dove l'intervento di appassionati, come l'ispettore onorario Amato Cortelloni e come Rino Affranti, hanno permesso la raccolta di una quantità notevolissima di resti archeologici.
Nonostante la frammentarietà e l'incertezza di molte attestazioni il quadro archeologico che deriva dalla raccolta dei dati di rinvenimento mostra una ricchezza notevole e apre prospettive di ricerca e valorizzazione che sperabilmente saranno raccolte da chi governa il territorio e dagli studiosi.
La distribuzione delle testimonianze archeologiche si concentra ovviamente nei territori di bassa e media montagna, tuttavia anche le alte quote risultano interessate da antichissimi stanziamenti umani. È questo il caso della vetta del Cimone che ha restituito reperti databili ad età preistorica, protostorica e romana, inquadrabili certamente come attestazioni di tipo cultuale e votivo.
L'arco cronologico interessato dalle testimonianze archeologiche dell'Appennino modenese è molto ampio e abbraccia un periodo di tempo compreso fra l'inizio del paleolitico superiore e l'inizio dell'età moderna, circa 30.000 anni di storia.
Per quanto riguarda l'età medievale e moderna si è scelto di trattare solamente le attestazioni di tipo prettamente archeologico, consistenti in depositi stratigrafici o affioramenti superficiali di reperti di cultura materiale. Sono quindi state escluse tutte quelle numerose testimonianze di ruderi di castelli o di altre strutture databili a quest'epoca, a parte quelle che presentavano anche resti di depositi archeologici intesi nel senso precedentemente descritto. Ciò indubbiamente rappresenta un limite alla comprensione storica e al significato del popolamento del territorio dell'Appennino modenese in età medievale e moderna. Del resto una compiuta catalogazione di tutte le evidenze riferibili a questi periodi avrebbe comportato un censimento anche di tutte le testimonianze ancora in uso all'interno dei centri abitati, compito che non poteva certo essere svolto da una équipe di soli archeologi. Il problema si era già presentato per il primo volume dedicato alla pianura ed era stato lucidamente affrontato nel saggio di Sauro Gelichi, ma ovviamente per il territorio appenninico assume un peso ancora più determinante.
Per tutte le altre epoche il censimento è stato effettuato, per quanto possibile, in modo sistematico e completo e il risultato che ne deriva, siamo certi, modificherà la visione che fino ad oggi si aveva della storia più antica e della preistoria e protostoria di quest'area appenninica. Complessivamente sono state realizzate oltre 370 schede di attestazione archeologica, molte di esse accompagnate da illustrazioni di materiali per lo più inediti. Anche questo riteniamo sia uno dei punti di maggiore importanza e significato di quest'opera.
Il volume è organizzato, come il precedente, con una serie di saggi introduttivi dedicati ai vari periodi cronologici, il primo dal paleolitico all'eneolitico o età del rame e i successivi all'età del bronzo, all'età del ferro e all'età romana, a cui è correlato un contributo sulle rilevanti testimonianze numismatiche del territorio e in particolare di Ponte d'Ercole.
Le schede sono raggruppate per territori comunali e all'interno sono suddivise per fasce cronologiche. Pertanto una stessa località occupata per varie epoche è trattata più volte. È questo per esempio il caso di Pescale che presenta schede relative a paleolitico, mesolitico, neolitico, eneolitico, età del bronzo, età del ferro ed età romana. Ogni scheda oltre alla sigla del comune è riconoscibile per un numero e ciò consente di identificare nella carta archeologica allegata il posizionamento dei siti e riconoscerne il periodo di occupazione, distinto con differenti colorazioni.
Lo scopo che ci eravamo prefissati era quello di realizzare una pubblicazione che avesse due principali obiettivi. Da una parte fornire uno strumento che potesse essere utile alla tutela dei Beni Archeologici e all'applicazione di strumenti atti alla loro conservazione, dall'altra quella di rendere fruibile un patrimonio di conoscenze, finora praticamente ignoto, che riteniamo possa molto giovare sia agli studiosi, sia al più vasto pubblico interessato alla storia e alla archeologia. Se, come crediamo, questo volume rappresenterà un punto di riferimento per ulteriori sviluppi della ricerca e della valorizzazione nel territorio dell'Appennino modenese, avremo raggiunto i nostri obiettivi. In questa prospettiva la mostra che, in concomitanza con la pubblicazione di questo Atlante, si inaugura nel Museo di Modena dal titolo Uomini e Dei delle montagne. Insediamenti e culti nell'Appenino modenese fra II e I millennio a.C., rappresenta un primo concreto sviluppo di come riteniamo che dalla ricerca possa e debba discendere doverosamente una divulgazione seria ma anche comprensibile e rispettosa delle esigenze del pubblico.
Certamente tutto ciò sarebbe stato impossibile senza la lungimirante politica dell'Amministrazione provinciale e senza la stringente collaborazione fra Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia Romagna e Museo Civico Archeologico Etnologico del Comune di Modena, ma soprattutto questo volume non sarebbe potuto essere pubblicato senza il lavoro di tanti collaboratori che unitamente ringraziamo.
L’attenzione scientifica all’edilizia rurale e, nello specifico, alle tecnologie costruttive utilizzate in ambiti insediativi extraurbani a carattere “minore” e privi di qualunque connotazione “monumentale”, si data ad anni relativamente recenti. Ma i testi relativi a tali ricerche, pur in un’ottica di progressivo aumento di scientificità, spesso non vanno al di là di una semplice notizia del rinvenimento e di un resoconto sommario delle indagini condotte. Questo volume non è quindi un mero catalogo delle attestazioni archeologiche relative alle differenti tecniche edilizie presenti negli edifici rustici individuati nel territorio della pianura padana. Suo nucleo tematico è infatti una trattazione critica e “problematica” della questione, che non si esaurisca in una mera elencazione dei dati di scavo disponibili ma che, al contrario, partendo dalle situazioni e dai contesti meglio conosciuti permetta di tracciare un quadro complessivo di ampio respiro della situazione nonché di elaborare una coerente classificazione tecnico-tipologica delle diverse pratiche edilizie attestate nell’area. Si tratta quindi di un valido strumento di ricerca ai fini di una analisi storica e archeologica di più ampia portata circa le modalità di elaborazione e sviluppo delle tecniche edilizie stesse, la loro marcata caratterizzazione dal punto di vista dell’ambiente naturale, le specifiche necessità sociali ed economiche che hanno portato ad una loro adozione in determinati contesti. Ne deriva un quadro tipologico sistematico e completo riguardante l’edilizia rurale dell’area mediopadana, costituente un valido ed utile modello di riferimento applicabile ai vari contesti archeologici a carattere insediativo extraurbano della regione. 
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