Studio Critico Della Lingua Latina: Volume Secondo

associazione culturale piccola barca

In questa nuova edizione del nostro manuale di latino, abbiamo deciso di pubblicare in un volume a parte tutte le Appendici. La scelta, certo, è stata guidata dall'intento di evitare che, nel nuovo formato con dimensioni di pagina più ridotte, un unico libro di settecento pagine finisse con il vanificare la maneggevolezza che con quel formato si intendeva appunto ottenere; non solo, però, ma l'auspicio è altresì che questo Secondo Volume, sufficientemente leggero, possa essere uno strumento da tenere sempre aperto a fianco del Primo Volume, così da essere consultato durante lo studio delle singole Lezioni, nonché in seguito, come avviene con una grammatica per chi legga e studi testi in latino antico.
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Additional Information

Publisher
associazione culturale piccola barca
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Published on
Aug 31, 2018
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Pages
258
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ISBN
9781726367349
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Best For
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Language
Italian
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I protagonisti di questo volume sono anzitutto i santi. Ma chi sono i santi? Come nostra abitudine, tenteremo di rispondere a questo interrogativo mettendoci in ascolto della Scrittura; in questo caso, di alcuni versetti tratti dal primo capitolo della Prima Lettera di Pietro. Al versetto sedicesimo, infatti, l’apostolo, citando il Levitico (11,44-45; 19,2; 20,7.26), esclama: «Sarete santi, perché io sono santo».

«Pietro, apostolo di Gesù Cristo, ai fedeli che vivono come stranieri, dispersi» (1 Pt 1,1). Il cristiano, come il suo Dio, è santo in quanto diverso: in una condizione di straniamento, ovunque emarginato, sempre ai margini, perché è stato toccato dal suo Signore ed ora lo rincorre, ha seduto alla sua mensa ed ora è alla ricerca di quella casa. Il pellegrinaggio per lui non è una fase transitoria; è piuttosto la sua condizione definitiva: perché amare è la simultanea crescita di comunione e separazione, di unità e molteplicità, di ritorno ed esodo. Il cristiano è santo in quanto sia permanentemente per via; o, che è lo stesso, in quanto rimanga per sempre sulla soglia (Sal 84/83,11). Sulla soglia ovviamente non si può stare; è fatta piuttosto per essere oltrepassata: non una volta soltanto però, ma infinitamente, da una parte e dall’altra. L’esodo è fatto per il ritorno, certo; ma ogni arrivo, a sua volta, è fatto per la partenza. Circolarità di Iliade ed Odissea: non maledizione di Sisifo, però, che ad ogni passo riscivola a valle, ma benedizione degli amanti, per i quali ogni giorno è al tempo stesso primo ed ultimo giorno, incontro sempre nuovo e tanto antico; non condanna a morte, madre matrigna che uccide i suoi figli, bensì eternità dell’amore, fatta di giorni ognuno dei quali è momento unico, occasione propizia, kairós, anno di grazia (Lc 4,19-21), sabato del Signore: «affrettiamoci dunque a entrare in quel riposo» (Eb 4,11).

Con la pubblicazione di questo libro, si conclude la serie di volumi dedicati al commento dei Vangeli del giorno. Ciò nondimeno, ancora adesso l’impresa, pur portata a termine, continua a sembrare da giganti, assolutamente superiore alle proprie forze: sei libri, più di duemila pagine, più di cinquecento commenti a pericopi evangeliche, altrettante trascrizioni delle pericopi stesse; il tutto svolto nei ritagli di tempo rubati ogni giorno alla vita nel mondo, quale ospite clandestino in un’altra dimensione. Com’è stato possibile? La risposta si può trovare, forse, nella Lettera di Giacomo.

«Siate dunque pazienti (makrothymésate), fratelli, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta pazientemente il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le piogge d’autunno e le piogge di primavera» (Gc 5,7: secondo la versione CEI del 1971). Ecco: di fronte all’immensità dell’opera ancora da svolgere, basta alzare lo sguardo ed inspirare profondamente – makrothymía – contemplando l’orizzonte ampio di cui facciamo parte e che al tempo stesso ci supera. Proprio quest’ampiezza può atterrire, certo, ma può divenire altresì liberante: il gioco è molto più grande di noi; noi ne siamo responsabili per questa minuscola porzione, che è il qui ed ora, l’hic et nunc. Il resto, grazie a Dio, ci supera: spetta agli altri, forse a Dio stesso. L’erba, del resto, pure qualora la si tirasse, non crescerebbe più velocemente. Il tempo allora può diventare l’esperienza di un gioco meraviglioso. Da una parte, l’unicità del proprio ruolo, del proprio nome: solo noi possiamo svolgere quella parte, scrivere quelle parole, vivere la vita, insostituibili. Dall’altra, l’ampiezza del gioco stesso: altri reciteranno la loro parte, Dio stesso compirà l’opera sua (Sal 138/ 137,8: secondo la versione CEI del 1971). Unicità di sé e dell’altro da sé, in una correlazione che supera entrambi: la vita così può assumere la forma di un gioco che, quanto più è conosciuto, tanto più è avvincente (come avviene, del resto, per qualunque arte appresa da un uomo); quanto meno lo si tiene in pugno, tanto più risulta bello, sempre più bello. 

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