
A Google user
Affascinante ritratto della Sicilia ottocentesca, dal punto di vista della Nobiltà Borbonica alla ricerca di un posizionamento nella nascente società Nazionale. Una premessa doverosa: ho cinquantotto anni e leggo molto, anzi moltissimo, e con preferenza per la saggistica di scienza divulgativa e per la narrativa thriller/noir; ho sempre rigettato i grandi romanzi ottocenteschi e specialmente quelli Italiani ma "I Vicerè" mi ha riconciliato con essi e mi ha indotto a tuffarmi in ripescaggi che credevo cancellati dall'epoca delle superiori.
Il primo tratto che mi ha affascinato è stato la lingua: un lingua desueta, con espressioni e suoni oggi smarriti, ma vividi, profumati sempre perfettamente intelligibili; il ritratto di quell'epoca storica e delle loro idee e abitudini sarebbe stato impossibile senza la mediazione della loro lingua che appare, a tratti, quasi volutamente insistita per segnalare questa adesione all'epoca che, quando De Roberto ha scritto il romanzo, era passata da meno di trent'anni.
Il secondo tratto è stato la coralità: l'assenza di UN singolo protagonista, la presenza corale di tanti diversi protagonisti, mi ha colpito in maniera inattesa e gratificant, come se stessi contemporaneamente leggendo tanti romanzi, alcuni lievi e quasi umoristici, altri drammatici o epici.