Ricordi della casa dei morti

Gli Ascolta Libri

Narrated by Silvia Cecchini

11 hr 31 min

Ricordi della casa dei morti fu scritto al termine della pena scontata da Dostoevskij in Siberia, dopo il 1859, e fu pubblicato tra il 1861 e il 1862. Infatti nel 1849 l’autore venne arrestato per partecipazione a società segreta con scopi sovversivi e condannato a morte, ma lo zar Nicola commutò questa condanna in lavori forzati a tempo indeterminato. Nel 1850 venne quindi deportato in Siberia, nella fortezza di Omsk. Nel febbraio del 1854 venne liberato per buona condotta, scontando il resto della stessa servendo nell'esercito come soldato semplice. Il romanzo è in parte autobiografico e in parte ispirato a situazioni che l'autore ebbe modo di osservare in prima persona. Tolstoj definì questo libro come l'opera di Dostoevskij più vicina al «modello dell'arte superiore, religiosa, proveniente dall'amore di Dio e del prossimo». Traduzione della Duchessa d’Andria. Cornice musicale: Boris Godunov di Mussorgskij.
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Additional Information

Publisher
Gli Ascolta Libri
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Published on
Dec 9, 2014
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Duration
11h 31m 22s
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ISBN
9781509424122
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Language
Italian
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Genres
Fiction / General
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Un uomo schivo, vile, che sopravvive a stento senza il sostegno di amici e senza riconoscimenti di nessun tipo, né a livello personale, né lavorativo, racconta di sé. Lui è in contrasto permanente con la società, e dal suo sottosuolo la osserva, la critica, anche se a volte desidera farne parte. Il più delle volte però si autocensura e si rifugia nel suo mondo sotterraneo popolato di fantasie sfrenate e deliranti che si alternano a stati di risentimento estremo, avallato dalla consapevolezza che la sofferenza è insita nell’essere umano pensante, e che per lui non c’è scampo. Questo anti-eroe, però, qualche piccola soddisfazione se la prende, tormentando meschinamente ma senza nessuna soddisfazione, chi occupa una posizione sociale ancora più bassa della sua, ed è questo il solo modo di rapportarsi con gli altri che la sua natura gli consente. Scritto nel 1864, in un periodo buio della vita dell’autore, questo romanzo stupendo e incredibilmente vivace, nonostante racconti di nevrosi e follia, è frutto del vissuto di quegli anni difficili, che ispirano Dostoevskij nel ritrarre l’indimenticabile protagonista di questo imperdibile capolavoro. Fëdor Michajloviç Dostoevskij proveniva da una famiglia aristocratica decaduta, e rimase orfano di madre all’età di 16 anni. Il padre lo iscrisse allora alla scuola del genio militare di Pietroburgo, anche se le sue attitudini erano letterarie, cosi dopo il diploma, rinunciò alla carriera militare e iniziò a scrivere. Le critiche furono subito positive, e la sua professione iniziava a dargli soddisfazione quando, nel 1849, fu condannato a causa delle sue frequentazioni socialiste a quattro anni di lavori forzati in Siberia. Furono quelli anni durissimi, tormentati tra l’altro dall’epilessia, che tuttavia lo ispirarono nella stesura di nuovi romanzi. Nel 1861 Dovstoevskij cominciò la propria attività giornalistica, sfortunata e osteggiata dalle autorità, e la sua vita personale non andò molto meglio: perse moglie e figlio e rimase solo. Nel 1866 scrisse il suo capolavoro: "Delitto e castigo", e l’anno successivo sposò la sua stenografa. Visse all’estero circa cinque anni e in quel periodo scrisse "L’idiota", storia della sconfitta di un uomo «assolutamente buono». Tornato in Russia, pubblicò nel 1873 "I demoni" e iniziò a collaborare con un periodico locale. L’ultimo romanzo, "I fratelli Karamazov", fu scritto tra il 1879-80. Lo scrittore era ormai famoso quando, improvvisamente, fu colto dalla morte il 9 febbraio 1881.
Un uomo schivo, vile, che sopravvive a stento senza il sostegno di amici e senza riconoscimenti di nessun tipo, né a livello personale, né lavorativo, racconta di sé. Lui è in contrasto permanente con la società, e dal suo sottosuolo la osserva, la critica, anche se a volte desidera farne parte. Il più delle volte però si autocensura e si rifugia nel suo mondo sotterraneo popolato di fantasie sfrenate e deliranti che si alternano a stati di risentimento estremo, avallato dalla consapevolezza che la sofferenza è insita nell’essere umano pensante, e che per lui non c’è scampo. Questo anti-eroe, però, qualche piccola soddisfazione se la prende, tormentando meschinamente ma senza nessuna soddisfazione, chi occupa una posizione sociale ancora più bassa della sua, ed è questo il solo modo di rapportarsi con gli altri che la sua natura gli consente. Scritto nel 1864, in un periodo buio della vita dell’autore, questo romanzo stupendo e incredibilmente vivace, nonostante racconti di nevrosi e follia, è frutto del vissuto di quegli anni difficili, che ispirano Dostoevskij nel ritrarre l’indimenticabile protagonista di questo imperdibile capolavoro. Fëdor Michajloviç Dostoevskij proveniva da una famiglia aristocratica decaduta, e rimase orfano di madre all’età di 16 anni. Il padre lo iscrisse allora alla scuola del genio militare di Pietroburgo, anche se le sue attitudini erano letterarie, cosi dopo il diploma, rinunciò alla carriera militare e iniziò a scrivere. Le critiche furono subito positive, e la sua professione iniziava a dargli soddisfazione quando, nel 1849, fu condannato a causa delle sue frequentazioni socialiste a quattro anni di lavori forzati in Siberia. Furono quelli anni durissimi, tormentati tra l’altro dall’epilessia, che tuttavia lo ispirarono nella stesura di nuovi romanzi. Nel 1861 Dovstoevskij cominciò la propria attività giornalistica, sfortunata e osteggiata dalle autorità, e la sua vita personale non andò molto meglio: perse moglie e figlio e rimase solo. Nel 1866 scrisse il suo capolavoro: "Delitto e castigo", e l’anno successivo sposò la sua stenografa. Visse all’estero circa cinque anni e in quel periodo scrisse "L’idiota", storia della sconfitta di un uomo «assolutamente buono». Tornato in Russia, pubblicò nel 1873 "I demoni" e iniziò a collaborare con un periodico locale. L’ultimo romanzo, "I fratelli Karamazov", fu scritto tra il 1879-80. Lo scrittore era ormai famoso quando, improvvisamente, fu colto dalla morte il 9 febbraio 1881.
Northanger Abbey fu il primo romanzo di Jane Austen ad essere pubblicato anche, se in precedenza erano già state stese delle versioni di Orgoglio e pregiudizio e di Ragione e Sentimento. Il suo titolo originario, Susan (nome della protagonista che fu poi mutato in Catherine) fu rivisto per la stampa dalla Austen nel 1803, e venduto ad un editore che decise poi di non pubblicarlo. Nel 1816, il manoscritto fu ricomprato dal fratello dell’autrice (Henry) per la stessa cifra (dieci sterline) per cui era stato comprato, e l’editore fu ben contento di rivenderlo, senza sapere che la sua autrice era la stessa che aveva già pubblicato quattro romanzi di successo (che erano state pubblicate sotto anonimato, come tutti i romanzi della Austen). La revisione finale della Austen avvenne dunque nel 1816, ma Jane morì l’anno dopo, e il romanzo fu pubblicato postumo, col titolo deciso probabilmente dal fratello, insieme all’altro romanzo postumo “Persuasion”, in un set di 4 volumi complessivi.Il libro è fondamentalmente una parosia dei romanzi gotici, tant’è che viene spesso citato “Il castello di Udolfo” di Ann Radcliffe, e che viene esposto esplicitamente il punto di vista dell’autrice al riguardo. Si può immaginare che quest’opera fosse intesa come umoristica per rallegrare le riunioni familiari; è considerata il più leggero dei suoi lavori.La disinvoltura, inoltre, con cui l’autrice parla direttamente al lettore in modo confidenziale ci fa conoscere il pensiero dell’autrice a quei tempi, che purtroppo non puàò essere desunto dalle sue lettere private, bruciate dopo la sua morte. Cornice musicale: Primo movimento della Sinfonia “Eroica” di Ludwig van Beethowen.
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